Imola, 10 luglio 2015 - «Buonasera Imola, adesso ci divertiamo». Quando Brian Johnson e gli altri salgono sul palco, tra giochi di luce, fuoco e fiamme (FOTO), dalla collina della Rivazza si vede ancora il tramonto. Perché San Siro avrà anche tre anelli veri, ma l’autodromo Enzo e Dino Ferrari ha la sua curva naturale. Ed è gremita all’inverosimile. Così come il Paddock, dove migliaia di corna (marchio di fabbrica della band) brillano di rosso.

In tutto 92mila anime (‘dannate’): solo per gli AC/DC. Il concerto della band australiana – unica tappa in Italia dopo cinque anni di attesa – è uno show da brividi. Le luci si spengono alle 21.20. Sui megaschermi ecco un paio di astronauti atterrati sulla luna: si imbattono in un cratere infuocato dal quale viene fuori un masso ardente che si dirige verso la Terra. Sfonda la mitica Hell’s Bell (campana infernale, altro simbolo del gruppo) per poi sfiorare un satellite che sta trasmettendo Back in Black.

Ma dopo le fiamme si parte con la nuova Rock or Bust. Il pubblico apprezza. Johnson – 68 primavere per lui – sfodera una buona forma fisica per tutta la durata dello spettacolo. È chiaro: i pezzi sono brevi e le pause frequenti. Lo show, che va avanti per un paio d’ore, funziona. Tornando sulla Rivazza, peccato solo per l’audio in leggero ritardo rispetto alle immagini dei maxischermi. Il suono però è chiaro e potentissimo.

Si va avanti con Hell ain’t a bad place to be, la leggendaria Back in black, e ancora Play ball, Thunderstuck. Poi la campana infernale scende dal soffitto ed il concerto è già a metà.

Angus Young va alla grande. Si diverte, gioca con il pubblico e con il passare dei minuti si toglie pure i vestiti. Ma i fan ci sono abituati: quando della divisa da scolaretto sono rimaste ormai solo le braghe, quasi non ci fanno caso. Tutto normale per questa band di vecchietti terribili e sempre al massimo.

Quando parte You shook me all night long, è karaoke collettivo. Il palco cambia pelle ad ogni brano: luci, colori e stacchi sui fan. Almeno la metà dei brani solo leggendari High Voltage e Let there be rock su tutti. Ma l’adrenalina sale di parecchio anche con Have a drink on me e Tnt. Roba scritta tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, ma apprezzata oggi anche dai figli del decennio successivo. Un po’ a sorpresa, c’è spazio anche per un lunghissimo assolo di chitarra di Young, vero mattatore della serata.

Il pubblico, dopo 18 brani, vuole i bis. Si chiude - e non poteva essere altrimenti, anche se l’epilogo vero e proprio è affidato a For those about rock (We salute you) - con Highway to hell, autostrada per l’inferno. Imola, con uno show tanto potente e un’organizzazione perfetta sotto tutti i punti di vista, vuole invece fare il percorso opposto: dal buio di troppi anni senza concerti tornare nel paradiso degli eventi che contano.