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Macerata

LA STORIA

"Rinchiuso in una cella russa per un equivoco"

La disavventura di un imprenditore settempedano: "Un inferno tra topi e gelo". Ora l'uomo si è rivolto all’avvocato Giampaolo Cicconi, per scoprire cosa sia successo alla frontiera. Il legale si è già rivolto al ministero degli Esteri

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UN DETENUTO San Severino, 8 marzo 2008 - Un inferno. Così Dino Borri descrive l’avventura vissuta alla frontiera tra la Lettonia e la Russia. "Per due giorni ho vissuto in una cella gelida, infestata dai topo, senza cibo né servizi igienici. E soprattutto senza sapere se, come e quando ne sarei uscito.
Alla fine di dicembre — racconta lui, settempedano di 39 anni, imprenditore nel settore pellettiero — sono partito in macchina con la mia compagna per la Russia. Volevamo andare a prendere nostro figlio Nicola, che da qualche tempo si trovava lì dai nonni materni. Fino alla Lettonia, non ho avuto alcun problema. Invece, quando sono arrivato alla frontiera russa, le cose si sono messe male".

 

La polizia di frontiera di Ubilinka, nella regione di Pskov, non riconosce il suo passaporto. "Puntandomi contro le mitragliette, iniziano a dirmi che il mio passaporto non è regolare. Ho scoperto poi che a quel posto di polizia non era arrivato il facsimile di quel modello di documento: avevano il modello del vecchio passaporto italiano, di quello elettronico nuovo, ma non di quelli come il mio, rilasciato nel 2001 e valido fino al 2011. Pensando che fossi chissà quale criminale, mi hanno mandato in carcere.

E lì è inziato l’incubo: si trattava di una cella di poco più di due metri quadrati, senza luce, gelida: fuori c’erano 25 gradi sotto zero, e lì dentro non c’era riscaldamento. Mi hanno dato due coperte, un pezzo di pane, e una brodaglia con qualche insetto morto dentro, che io non ho toccato. Mi hanno permesso di prendere mezzo litro d’acqua che avevo in macchina, e quella è stata l’unica cosa che ho preso in due giorni. I bagni erano impraticabili, e come compagni di cella avevo i topi. Un film dell’orrore. Le guardie non parlavano inglese, io non parlo il russo: non sapevo davvero come sarei uscito da lì, ma ero terrorizzato, perché in quelle condizioni non avrei potuto reggere molto a lungo. Oltretutto la mia compagna, prima che entrassi in cella, mi aveva riferito che gli agenti parlavano del caso di alcuni spagnoli, rimasti in carcere per 35 giorni".


L’inferno di Borri dura tre lunghissimi giorni. Alla fine, con l’ambasciata italiana, la polizia accerta che quel passaporto è regolare. Ritengono però che l’italiano abbia comunque commesso un reato, quindi gli impongono di pagare 50 euro e lo espellono in Lettonia. "E qui si presentano altri problemi. Anche in Lettonia fanno problemi con il mio passaporto, e anche stavolta mi arrestano. Per fortuna però 'si accontentano' dei domiciliari: mi ritirano i documenti, e mi obbligano a restare in un albergo, ovviamente a mie spese, senza uscire mai. Intanto mi hanno spiegato che se volevo rientrare in Russia avrei dovuto rinnovare il passaporto. L’ambasciata a Riga si è messa in contatto con la Questura di Macerata, e così è stato possibile ottenere il rinnovo del documento. Inoltre mi serviva un nuovo visto per rientrare in Russia. Per fare tutte le pratiche c’è voluto un mese, che ho trascorso sempre nell’albergo in arresto. Durante questo mese, ho subito anche un furto: avevo la macchina piena di valige e regali, e appena ho parcheggiato a Riga mi hanno spaccato un vetro e si sono portati via tutto.


Alla fine sono riuscito a rivedere mio figlio, ma non a portarlo in Italia. E solo una settimana fa, in aereo, sono potuto tornare a San Severino".

 

Ora Borri si è rivolto all’avvocato Giampaolo Cicconi, per scoprire cosa sia successo alla frontiera, e perché abbia dovuto subire una detenzione assolutamente illegittima, oltre che inumana. Il legale si è già rivolto al ministero degli Esteri, per chiarire la questione. I funzionari della Farnesina hanno manifestato preoccupazione per la vicenda, anche perché si tratta di un problema che potrebbe toccare tanti altri italiani in viaggio nell’ex Unione Sovietica.

Paola Pagnanelli










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