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IL DRAMMATICO RACCONTO DI UN EX SCOMMETTITORE

"Una vita di furti, bugie, così il gioco mi stava rovinando"

Era arrivato ad accumulare un debito di 15mila euro, a rubare sul posto di lavoro, a giocarsi l’eredità della madre, a mentire agli affetti più cari. Oggi è senza bancomat né carta di credito, pochi contanti in tasca e una sola preoccupazione: non capitare mai nei pressi di quell’agenzia di scommesse

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Ubriaco Macerata, 24 maggio 2008 - Era arrivato ad accumulare un debito di 15mila euro, a rubare sul posto di lavoro, a giocarsi l’eredità della madre, a mentire agli affetti più cari. Oggi gira senza bancomat né carta di credito, pochi contanti in tasca e una sola preoccupazione: non capitare mai, nemmeno per sbaglio, nei pressi di quell’agenzia di scommesse che per poco non gli ha portato via tutto. Paolo, 41 anni, (il nome è di fantasia) è una delle 32 persone che nel 2007, per problemi legati al gioco, si sono rivolti al dipartimento per le Dipendenze patologiche dell’Asur di Macerata, anche attraverso le comunità terapeutiche, le associazioni di volontariato e le cooperative sociali legate. Paolo, in particolare, ci è giunto attraverso l’associazione Glatad, dopo una lunga sequela di tribolazioni, bugie e promesse non mantenute, cominciata 9 anni fa.

Ci racconti.
"Il gioco è sempre stata una mia passione. Le carte, il calcio... Per questo mi sembrava del tutto normale andare, tutti i fine settimana, a puntare quelle 10 o 20mila lire alla Snai. Ci andavo con il cugino di mia moglie. Poi lui se n’è tornato a Roma, ed io sono rimasto da solo. E ho continuato, sempre più spesso".

Che cos’è che le piaceva?
"Il fatto è che all’inizio vincevo. E questo mi stimolava a continuare, fino a giocare anche due o tre volte a settimana".

E poi?
"Poi, quando ho cominciato a perdere, per non farmi scoprire da mia moglie ho iniziato a puntare cifre sempre più alte per ripianare il conto. Anche 800 euro a settimana. A un certo punto, però, i soldi sono finiti. Allora ho chiesto un finanziamento. Poi un altro, poi un altro ancora... Alla fine avevo un debito di 15mila euro".

E ha capito di avere un problema...
"No, in realtà pensavo ancora di poter reggere. Ma poi nell’albergo dove lavoravo si sono accorti che avevo prelevato delle somme. L’avevo fatto diverse volte, per poi ridepositarle non appena ricevevo i soldi del finanziamento. Allora ho dovuto cercare un altro lavoro e confessare tutto a mia moglie".

E’ riuscito a dire basta, a quel punto?
"Sono stato due mesi senza giocare, poi ci sono ricascato: era morta mia madre e con l’eredità pensavo di potermi rifare del debito. Invece ho fatto peggio".

Com’erano le sue giornate?
"Andavo al lavoro e pensavo alle partite. A pranzo andavo in agenzia e scommettevo. L’adrenalina era fortissima. Poi aspettavo la sera, per avere l’esito. Se perdevo mi sentivo un senso di vuoto enorme. E dieci minuti dopo pensavo già a come rifarmi il giorno dopo".

Com’erano cambiati i suoi rapporti?
"Ero silenzioso, nervoso, non parlavo con nessuno. Mia moglie non si fidava più di me. Tra noi le cose non andavano bene".

Quando ha deciso che doveva curarsi?
"Non l’ho deciso io. E’ stata la mia famiglia. Io ero contrario, non mi piaceva l’idea di raccontare quello che avevo vissuto. Poi ho conosciuto il dottor Maurizio Principi, e mi ha fatto sentire a mio agio. Anche se le ricadute non sono mancate".

E oggi? Si sente guarito?
"No, la voglia di giocare c’è ancora. Meno forte, ma c’è. Adesso cerco di non avere mai soldi in tasca, di non passare nemmeno per sbaglio di fronte all’agenzia dove ero solito puntare... Non ho conti correnti, bancomat, carta di credito. Lo stipendio lo uso per pagare le spese fisse di casa. E continuo la terapia".

Benedetta Iacomucci










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