Due cicloamatori vennero investiti dalla Nissan X Trail di un 41enne il 29 febbraio scorso, mentre stavano effettuando un’escursione sulla provinciale 'Muccese'. Ecco l’amaro sfogo di Giandiego Drago
Macerata, 22 settembre 2008 - Con l’udienza dinanzi al Gip si è chiuso il procedimento penale nei confronti del 41enne di Muccia per la morte del medico condotto della cittadina, Dario Drago di 53 anni, e del ricercatore dell’Università camerte, Francesco Gentili di 39, originario di Monte San Giusto.
I due, appassionati cicloamatori, vennero travolti e uccisi dalla Nissan X Trail del 41enne alle 13 del 29 febbraio scorso, mentre stavano effettuando un’escursione sulla provinciale 'Muccese'. L’imprenditore, difeso dagli avvocati Corrado Zucconi Galli Fonseca ed Emanuela Ferrarini, ha fatto ricorso al patteggiamento. La pena concordata dai legali con il pm Polenzani, è stata di un anno e quattro mesi di reclusione, con i benefici della condizionale, e nella sospensione della patente di guida per un anno. Al procedimento non hanno avuto possibilità di intervenire i familiari delle vittime. Qui di seguito pubblichiamo la lettera inviata al Carlino dal fratello di Dario Drago, Giandiego.
LA LETTERA
All’udienza davanti al giudice non hanno avuto la possibilità di intervenire i familiari di Dario Drago e Francesco Gentili, travolti e uccisi da un Suv mentre il 29 febbraio scorso percorrevano la Muccese in sella alla loro bici. Quell’udienza è terminata con la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione, con i benefici della condizionale, e nella sospensione della patente di guida per un anno al 41enne di Muccia che travolse i due uomini. Oggi però, il fratello di una delle due vittime vuole far sentire la propria voce. Alle parole di Giandiego Drago che pubblichiamo di seguito, non ci sentiamo di aggiungere altro.
"Una legge dello Stato contraria al senso comune di giustizia. Il 29 febbraio scorso un Suv lanciato sulla strada provinciale Muccese travolge alle spalle e uccide due ciclisti che pedalavano incolonnati sul lato destro della strada. I ciclisti erano sul tratto finale di un rettilineo in salita, ben visibili alla luce del giorno con le loro magliette colorate; eppure nessuna frenata, una guida imprudente e un errore fatale, imperdonabile. In questo modo assurdo se ne sono andati per sempre mio fratello Dario (padre di una bimba nata da appena tre mesi) e il suo amico Francesco, la cui figlia, che verrà alla luce tra qualche settimana, non vedrà mai. La macchina della giustizia questa volta ha funzionato velocemente: dopo soli sette mesi c’è una sentenza definitiva, unica e inappellabile, con la quale il giudice ha erogato una pena severa, almeno così sembra se si guarda al complesso delle norme da applicare. Un anno e quattro mesi, più la pena accessoria di un anno di sospensione della patente. Ma è proprio questo il punto. Non critico la sentenza, ma mi chiedo se la pena prevista dal codice risponda al senso comune di giustizia. Non dovrebbero essere mai i familiari, il cui dolore sembra sempre passare in secondo piano, a indicare la misura della pena. Non possono essere sereni ed equilibrati nel giudizio e devono rifuggire dal sentimento della vendetta, anche se i loro cari non li rivedranno mai più e sono incattiviti dalla sorte. Devono essere allora le leggi dello Stato a stabilire pene equilibrate, commisurate alla gravità della colpa e al danno arrecato, ma con la prospettiva che anche chi sbaglia possa tornare a vivere una vita normale. La vita, finché c’è, è speranza.
Non sono i mesi di detenzione (che non verranno comunque scontati realmente) che mi indignano, ma la durata della sospensione della patente. Non il ritiro e nemmeno una lunga sospensione, solo un anno. Eppure il reato è proprio nella grande negligenza nella guida, nell’imperizia, nella mancata adozione delle più elementari norme di prudenza: rallentare, mantenere la distanza di sicurezza. Il buon senso ci dice che proprio lì, nella pena accessoria più che nel carcere, doveva concentrarsi la severità della pena. Un ragazzo che si metta in auto subito dopo aver bevuto una o due birre, se incorre nel test alcolimetrico positivo, prende 6 mesi di sospensione della patente. Mi sono chiesto se esiste una proporzione; quanto hanno pesato allora per le leggi dello Stato le vite di mio fratello Dario e di Francesco. Non ho potuto pronunciare la risposta a voce alta, tanto era il disgusto".
Al volume, che contribuisce alla riscoperta e alla valorizzazione dell’opera di Ricci, storico dell’arte a cui si deve tra l’altro il primo studio sistematico dedicato alla storia dell’arte delle Marche, è stato assegnato il premio per la sezione 'Cultura marchigiana'
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