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In silenzio dagli eroi
della Grande Guerra

Profonda commozione degli studenti di fronte al sacrario di Redipuglia

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tratta dai dizionari Zanichelli
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Macerata, 19 maggio 2011 - Tutto sul monte San Michele parla di Ungaretti, il poeta soldato che si era arruolato volontario nella prima guerra mondiale. Ci siamo fermati anche per una sosta nel paesino di San Martino del Carso. Il nostro compagno Geyang Sun ha recitato in perfetto italiano la poesia San Martino del Carso. La guida si è complimentata per la fine dicitura. Sono le soddisfazioni della scuola, le sfide belle e positive della globalizzazione.
La visita al sacrario militare di Redipuglia ha suggerito un insieme di riflessioni: "Ciò che più mi ha colpita del sacrario è la sua monumentalità. Mi si è ghiacciato il cuore vedere tutti quei nomi di caduti scolpiti sul marmo bianco, centomila soldati, 60.000 ignoti ed appena 40.000 di cui si conoscono i nomi" (Tamara Negro).

 

Redipuglia, dallo Sloveno 'sredij polije', vuol dire terra di mezzo. Il sacrario è stato concepito come un grande scenario di soldati che vanno all’attacco della montagna, al comando di Emanuele Filiberto, duca d’Aosta, la cui tomba è posta alla base del monumento, affiancata da quelle di altri quattro generali della III Armata; su un’infinità di scalini, che salgono verso la sommità del monte, riposano i soldati caduti nell’adempimento del loro dovere. Le tre croci poste in alto ricordano il calvario. Lapidi, cippi e cannoni sono disseminati sulla sommità del monte San Michele, in basso ci sono i resti delle trincee che i nostri fanti avevano costruito per ripararsi dal fuoco della mitraglia austriaca. Bastava un ordine secco e perentorio gridato dall’ufficiale di turno e i fanti al grido di 'Savoia' balzavano dai terrapieni. Molti di loro cadevano sotto il fuoco nemico. E’ agghiacciante pensare che sono morti per la conquista di un territorio aspro come il Carso. 'La trincea scavata su un terreno impervio e rossiccio seguiva un percorso obliquo. All’interno della buca, d’estate la temperatura sfiorava anche i cinquanta gradi, mentre d’inverno, scendeva abbondantemente sotto lo zero' (Eleonora Levantesi).

 

Meraviglia in tutti i partecipanti al viaggio di istruzione ha destato la varietà linguistica del Friuli, ben quattro lingue parlate: l’italiano, il friulano, lo sloveno e l’ungherese. Sì, anche l’ungherese. Erano soldati della Honved, l’esercito ungherese, quelli che contendevano agli italiani la sommità del Monte San Michele. Curiosità ha destato anche la stele dedicata alle diverse brigate, tra le quali viene annoverata anche la 121ª e 122ª Brigata Macerata. Un moto di tristezza ma anche di affetto ha destato una piccola tomba di sassi sistemati da una mano pietosa ed una scritta dedicata al papà scomparso su questi teatri di guerra, dicitura vergata da uno dei tanti figli che hanno perso lassù il proprio padre. Il piccolo sasso porta la data del 1980. La mano che l’ha scritta doveva essere di una persona molto anziana.

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