Macerata, 10 gennaio 2018 – Prima le rinviano per mesi l’intervento. Poi, quando un anno dopo la visita specialistica si decidono a operarla, la bloccano all’ultimo momento lungo il corridoio che conduce alla sala operatoria, dicendole che l’intervento è stato annullato e che deve tornarsene a casa. È la disavventura capitata a un’insegnante 56enne di Macerata all’ospedale di Torrette.

Il caso è ora finito sul tavolo di Michele Caporossi, direttore generale del presidio dorico, visto che la paziente, esasperata, ha voluto segnalare ai vertici della sanità anconetana la sua odissea. A raccontare come sono andate le cose sono i familiari della donna. Tutto comincia il 10 gennaio dell’anno scorso, quando l’insegnante si sottopone a una visita nel reparto di Chirurgia ricostruttiva e Chirurgia della mano. La donna ha problemi a scrivere e a sostenere pesi, la mano le si addormenta spesso. Il medico diagnostica una sindrome carpale di grave entità a sinistra e di media entità a destra. Risultato: la 56enne deve essere operata, un intervento con anestesia locale in day hospital, salvo complicanze.

«Lo stesso professionista che effettua la visita a pagamento – mettono nero su bianco i familiari della donna – assicura la possibilità di effettuare un primo intervento entro luglio 2017». Passano i mesi e dall’ospedale fanno sapere che l’operazione è stata fissata per il 21 settembre. «La paziente comunica la data e il periodo di convalescenza alla scuola. Un paio di settimane prima della data prevista, la paziente viene convocata in ospedale per gli esami preventivi. Il giorno precedente alla data fissata, le viene comunicata la necessità di far slittare l’intervento a data da destinarsi, che sarà in seguito fissata per l’11 novembre. Qualche giorno prima, però, riceve un’ulteriore comunicazione dall’ospedale che segnala l’impossibilità di procedere, in seguito a nuove esigenze di programmazione. La nuova data è l’8 gennaio».

Il direttore generale Michele CaporossiNon essendo stata contattata per gli esami pre-operatori, il 3 gennaio la donna chiama il reparto. Le viene risposto («con estrema insofferenza») che sarebbe stata richiamata dalla caposala due giorni dopo, quando in effetti le viene comunicato che gli esami verranno effettuati la mattina del ricovero. Così lunedì scorso la paziente si reca in ospedale.

«È stata fatta accomodare in un locale di servizio con tre lettighe e tre contenitori con biancheria da lavare – riferiscono i familiari –. Attorno alle 17, dopo nove ore di attesa, la donna chiede notizie al medico. La risposta è che deve avere pazienza». Da venti ore la donna non beve e non mangia, né ha assunto gli abituali farmaci contro l’ipertensione. «Verso le 18.30, un’infermiera porta camice e cuffia, comunicando alla paziente di prepararsi perché entro breve verrà portata in sala operatoria. Un portantino viene a prenderla e chiede la cartella clinica, meravigliandosi della mancanza della stessa. Inizia il trasferimento verso la sala operatoria, bloccato lungo il corridoio da un’inserviente che comunica la decisione del responsabile della sala operatoria: intervento annullato (per un’urgenza, ndr). In seguito alle lamentele della paziente con il medico di reparto, è emerso che quest’ultimo non era neanche a conoscenza del caso clinico».

La donna è stata quindi costretta a tornare a Macerata: ha deciso di rinunciare a farsi operare ad Ancona. Oltre ai disagi legati al lavoro, dopo mesi di rinvii c’è stato anche un aggravamento dei sintomi. «È logico ed evidente a tutti che i casi urgenti debbano avere la precedenza su interventi tutto sommato banali – commentano la donna e i familiari –, ma è altrettanto vero che la professionalità non dovrebbe mai venir meno in certi contesti, e che pazienza e buona educazione non debbano essere manifestati solo dal paziente. Crediamo non sia necessario alcun ulteriore commento».