C’è anche un ex carabiniere modenese dietro la singolare protesta di due anziane ex suore che in Vaticano si sono incatenate. La presenza dell’uomo nel convento, avrebbe causato l’espulsione delle due religiose
Modena, 10 giugno 2008 - Tocca anche Modena la singolare protesta di due ex suore di clausura, rispettivamente di 73 e 79 anni, che ieri mattina si sono incatenate a Roma davanti a piazza San Pietro: dicevano di essere state cacciate ingiustamente dal loro convento di Camerino, in provincia di Macerata, e al collo portavano dei cartelli con scritto "Santità, non siamo nè prostitute, nè violente, nè ladre, nè malate di mente". "Ci hanno cacciate e denunciate, vergogna!".
La vicenda all’origine di questa protesta, vede coinvolti due modenesi. Il primo è Pierpaolo Melchionda, ex carabiniere di 40 anni, con un passato da custode nel convento delle due suore e attualmente sotto processo per circonvenzione di incapaci in alternativa ad appropriazione indebita e truffa. E’ difeso dall’avvocato modenese Luca Brezigar, che ora anche le due suore vorrebbero nominare loro legale. E’ lo stesso Brezigar a raccontare la vicenda che coinvolge il suo assistito Pierpaolo Melchoinda.
"Il mio cliente, originario della Bassa modenese, anni fa decise di lasciare l’arma dei carabinieri per farsi prete. Si trasferì nelle Marche per iniziare il suo percorso spirituale, che però, volle interrompere dopo quache mese. Ebbe modo, in quel periodo, di entrare in contatto con il convento delle suore carmelitane di clausura di Santa Maria del Carmine di Camerino. Conobbe le suore, tutte anziane, molte di queste con problemi di salute. Decise che la sua voglia di aiutare il prossimo e di continuare un suo cammino spirituale — racconta l’avvocato modenese — poteva concretizzarsi nel sostenere le religiose del monastero. Si offrì per fare loro da custode e per assisterle, la congregazione accettò".
Melchionda non si limitò a svolgere semplicemente mansioni da custode: "Il monastero aveva bisogno di lavori di ristrutturazione - spiega Brezigar - La priora e la tesoriera, che sono le due religiose che si sono incatenate in piazza San Pietro, decisero di vendere un terreno del convento per raggranellare il denaro necessario per i lavori di risistemazione. Per le operazioni finanziarie si rivolsero al mio cliente, che ebbe così la delega presso le banche per movimentare il denaro. la Congregazione degli Istituti di Vita Consacrata, sospettando che ci fossero degli ammanchi di denaro e che il terreno fosse stato venduto sotto costo, accusò il mio assistito. Da lì partì un procedimento penale nei suoi confronti".
Le due suore in un primo momento figurarono così come parti lese, vittime dei raggiri di Melchionda. Ma poi, un secondo fatto, mise anche la priora e la tesoriera in cattiva luce: "Ci fu un’ispezione apostolica da parte dell’autorità ecclesiastica - racconta l’avvocato Brezigar - che contestò la presenza del custode all’interno del convento e la conseguente rottura del vincolo della clausura. Gli ispettori misero poi sotto accuse le due religiose, e le invitò a cambiare convento. Le due si rifiutarono di obbedire ritenendo infondate le accuse nei loro confronti, e decisero di abbandonare la veste monacale. Evidentemente, a distanza di un anno, non si sono date pace per un accusa che pende ancora sulle loro teste, e che potrebbe portare a un’indagine nei loro confronti per il presunto ammanco di denaro. Mi hanno chiamato in causa come loro avvocato, ma io non ho ancora ufficialmente ricevuto alcun mandato. Nelle prossime ore vedrò cosa fare. Viste le carte processuali, non mi sembra che ci sia stata alcuna sottrazione illegittima di denaro nel monastero. La gestione contabile è stata fatta forse in maniera un po’ naive, ma nessuno ha rubato nulla".
di Roberto Grimaldi
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