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PROCESSO

Col trapano danneggiò la tibia, condannato un chirurgo

Durante l'operazione a una sciatrice infortunata, perforò il tessuto oltre la profondità prevista. Due mesi (con pena sospesa) per lesioni colpose e una provvisionale di 200mila euro. Il medico ricorrerà in appello

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Sala operatoria Modena, 21 giugno 2008. Una mossa errata del chirurgo, la punta di un trapano ‘sfuggita’ mentre veniva operata alla tibia l’ha condannata a lunghi anni di sofferenza. Non solo ha dovuto rinunciare allo sci, sport che la vedeva primeggiare, ma anche a una vita pienamente normale. Ieri Francesca Stanguellini, 30anni facente parte della famosa famiglia modenese titolare di autosaloni automobilistici, si è vista riconoscere dalla giustizia il valore del calvario che ha vissuto dopo quella maledetta operazione. Il giudice del Tribunale di Modena ha infatti condannato per lesioni colpose a due mesi di reclusione (pena sospesa) il chirurgo ortopedico del Policlinico Gianluigi Sacchetti. In più, la giovane riceverà una provvisionale di 200mila euro, cui si aggiungeranno quelle di 20mila euro destinate ai due genitori che si sono costituiti parte civile nel processo.

Francesca, all’inizio di marzo del 2003, si era procurata un brutto infortunio alla gamba sinistra mentre sciava in Val Gardena. Portata a Modena per essere operata, non pensava però di sprofondare in una sofferenza ben più grave e duratura. Tecnicamente, il trapano utilizzato da Sacchetti per impiantare le viti nell’osso fratturato finì col perforare il tessuto ben oltre la profondità prevista: la punta recise così il fascio vasculo nervoso. La gamba prese così a gonfiarsi, ma era soprattutto il dolore a tormentare la degenza della sciatrice. Un paio di giorni dopo la prima operazione la giovane venne sottoposta a un’altra operazione, per riparare la rottura della vena poplitea. Ma è con i giorni, i mesi e gli anni che è dovuta scendere a patti col dolore e con quello che il perito del giudice ha definito "indebolimento permanente" dell’arto.

Ieri Francesca era in aula con la madre. Non c’era invece il padre Francesco. Il legale di parte civile, l’avvocato Giuliano Rossi, ha ripercorso tutte le tappe della drammatica vicenda, le fasi concitate seguite alla prima operazione, quando era già chiaro che il danno provocato dal trapano non sarebbe passato inosservato. "Il giudice ha pienamente avallato la nostra ricostruzione dei fatti — precisa Rossi — e siamo pienamente soddisfatti della sentenza, per quanto è possibile esserlo dopo tanti anni di patimento".

Raggiunto al telefono, il chirurgo Sacchetti (noto anche a tutti i modenesi per un importante passato da pallavolista) non nasconde la sua delusione, ma è lucido nel fare le sue precisazioni sull’accaduto. «L’errore in sala operatoria c’è stato — esordisce — ma non con quel carico di volontarietà o di imprudenza che gli si è voluto dare. Quel giorno, peraltro, io figuravo come semplice osservatore dell’intervento, effettuato dal dottor Stefanini e dalla dottoressa Zapparoli (subito prosciolti dall’accusa di lesioni, ndr). Fui chiamato in causa solo nella fase più delicata dell’operazione, proprio perché mi si riconosceva l’esperienza per interventi di quel tipo».

"Riparammo all’errore con una operazione due giorni dopo — continua l’ortopedico — perché in effetti c’erano problemi venosi. Ma i veri disagi della deambulazione per la ragazza sono arrivati solo tre mesi dopo, causati da aderenze che sempre possono verificarsi in questi casi. Se si considera che 18 periti sono stati chiamati in causa in questo processo, si capisce quanto è stato difficile capire con esattezza il perché della sofferenza della paziente. Quanto alla mia attività, posso dire che ho 5mila interventi alle spalle, circa 350 all’anno, e che la mia esperienza è riconosciuta. Così come la delicatezza dei gesti di chi, ogni giorno, è a contatto con l’emergenza". Sacchetti ha poi annunciato ricorso in appello.

di PAOLO GRILLI










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