Parla il magistrato di sorveglianza che ha concesso il permesso a Michelangelo D'Agostino, il camorrista (già alla casa di lavoro di Castelfranco) che ha freddato a colpi di pistola un pensionato di Pescara
Modena, 9 luglio 2008. E' stato catturato ieri Michelangelo D’Agostino, il camorrista che domenica scorsa ha ucciso a colpi di pistola un pensionato a Pescara dopo una lite. D’Agostino aveva usufruito, nel marzo scorso, di una licenza dalla casa di lavoro di Castelfranco Emilia in cui era stato internato dopo aver scontato parecchi anni di carcere. Si era quindi trasferito a Pescara, dove lavorava in un parco per conto di una cooperativa sociale.
D’Agostino è conosciuto come il «killer dei cento giorni», colui al quale sono stati attribuiti ben 15 omicidi in soli tre mesi. Un collaboratore di giustizia, ex affiliato alla famigerata organizzazione camorristica Nco (Nuova camorra organizzata) che negli anni ’80 venne fondata nel napoletano da Raffaele Cutolo. E uno degli accusatori, che poi ritrattò, del presentatore Enzo Tortora.
Dopo l’omicidio di Pescara, il magistrato di sorveglianza di Modena, Angelo Martinelli, che ha deciso di concedergli la licenza dalla casa di lavoro di Castelfranco in cui era internato, si sente responsabile dell’accaduto ma è certo di aver agito secondo la legge.
Dottor Martinelli, lei è il giudice che ha concesso la licenza a D’Agostino. Come si sente oggi?
«Mi sento responsabile del fatto che a tre ragazzi è stato tolto un padre».
Com’è maturata la decisione di concedere la licenza?
«D’Agostino era sottoposto a una misura di sicurezza dopo aver espiato una pena in carcere. Era un internato, non un detenuto. E si trovava nella comunità di lavoro di Castelfranco. Doveva rimanerci per un anno, sarebbe uscito a gennaio 2009. Il giudice, che in questo caso sono io, deve stabilire se l’internato abbia ancora l’attitudine a commettere reati. Dalle mie valutazioni il soggetto era pronto ad uscire. Ho ritenuto che non avrebbe più commesso reati».
In base a che cosa?
«Aveva collaborato con la giustizia. Avevo avuto dei colloqui diretti con lui che si erano conclusi positivamente. Era stato valutato da altri esperti e psicologi. Era idoneo a intraprendere un lavoro».
E invece?
«Purtoppo, sebbene siano state rispettate tutte le disposizioni di legge, è accaduto quello che sappiamo tutti. Ora mi sento responsabile soprattutto verso i figli della vittima».
Teme qualche ripercussione nei suoi confronti?
«Beh, credo che la condanna morale che mi porterò dietro sia più pesante da sopportare di qualunque altro provvedimento. Se ne arriverà uno, lo accetterò»
di VALENTINA BELTRAME
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