L'odissea di una pensionata di 64 anni che soffre ancora le conseguenze di un intervento andato male: "Porto i segni dell'orrore". E chiede al Policlinico un indennizzo di 330mila euro
Modena, 4 novembre 2008 - Un'operazione sulla carta molto semplice, in day hospital, che si è trasformata in un’odissea umana giudiziaria. Comincia nel 2000 la storia di F. P., pensionata modenese di 64 anni, da allora in causa con il Policlinico di Modena: «Sono entrata in ospedale per una operazione ad una cisti ovarica in laparoscopia che doveva essere, secondo i medici poco invasiva - racconta la signora - ne sono uscita con l’intestino perforato e da allora porto con me segni e dolori». La donna ha avviato una causa civile che va avanti da otto anni e che si preannuncia lunghissima.
«Che qualcosa non aveva funzionato i medici se ne sono accorti subito - racconta F. P. - poche ore dopo l’intervento perdevo sangue e avevo la febbre alta. Decisero di tenermi in osservazione alcuni giorni: la febbre non passava, era quasi Natale, il medico che mi aveva operata era già partito per le vacanze e io venni dimessa nonostante tutto. A casa la situazione precipitò: febbre a quaranta e dolori lancinanti. Tornai in ospedale e venni operata d’urgenza: peritonite acuta con un principio di setticemia. La causa? Durante la laparoscopia mi avevano perforato l’intestino e non se ne erano accorti».
Per la signora F., però, i guai erano appena cominciati: «Con la prima operazione mi deviarono l’intestino - racconta ancora la paziente - motivo per cui rimasi nei mesi successivi praticamente invalida e poi, per anni, continui ricoveri ed infezioni tutte derivanti da quella prima situazione. La mia vita privata, il mio lavoro, sono stati rovinati da un errore medico per il quale il chirurgo è venuto, personalmente, a chiedermi scusa, anche se a volte le scuse non bastano...».
Ha chiesto un risarcimento danni da 330mila euro al Policlinico, Fabio Zanotti, il legale della signora F., ma dopo otto anni, manca ancora la sentenza di primo grado: «La cosa più complessa in questi casi - spiega l’avvocato Fabio Zanotti - è riuscire a far riconoscere al giudice il nesso tra l’accaduto e i danni conseguenti e non parliamo solo di danni fisici, ma anche di danni esistenziali per una quotidianità che viene sconvolta. C’è una difficoltà oggettiva per i legali ad addentrarsi nei meandri del sistema medico che fa di tutto per attenuare e misconoscere questo legame».
All’attesa estenuante di un risarcimento, per il paziente, si aggiungono le spese: «Due giorni fa l’ennesima udienza - racconta F.P. - ho speso più di 5000 euro in consulenze, visite e periti. Vivo con una pensione da 900 euro al mese e ormai non riesco nemmeno più a sperare di avere giustizia...»
di ALESSIA PEDRIELLI
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