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Casalesi in Emilia: "Terra di conquista per i boss"

Parla Lucia Musti, sostituto procuratore della Dda regionale: "Qui i clan sparano poco e riciclano molto, specie nell'edilizia"

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Il sostituto procuratore Lucia Musti Modena, 15 novembre 2008 - Mattoni, appalti e flussi occulti di denaro da ripulire con la candeggina lontano dai vicoli delle faide. Il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Bologna, Lucia Musti, dice la sua al convegno dell’Apmi (associazione piccole e medie imprese di Modena) dove si parla di edilizia, legalità e sicurezza nei cantieri. Imprese, sindacalisti e amministratori sono uniti nell’affermare che le infiltrazioni dei Casalesi esistono, e che quindi vanno raffinati gli stumenti di controllo per evitare scenari da allarme rosso. «I segnali sono tanti e recenti», afferma Dino Piacentini, imprenditore edile e presidente di Apmi, citando una lunga serie di incendi dolosi «chiaro segnale di intimidazione».

Dottoressa Musti, esagerazioni?
«Non credo. Dal mio punto di vista posso affermare che l’Emilia Romagna è terra di conquista soprattutto per i clan Casalesi che operano nel settore edilizio».

L’arresto di Forlì?
«Non c’entra con i Casalesi, ma dimostra che da queste parti i boss vengono a nascondersi e riciclano denaro».

Hanno complici?
«Per nascondersi è necessario disporre di una rete di coperture».

Perchè l’Emilia Romagna piace ai clan?
«Perchè è una terra economicamente ricca. Qui cercano anche di fare lavorare le loro imprese, e utilizzano l’Emilia per riciclare denaro sporco incassato altrove».

Gli imprenditori come possono difendersi?
«Mai cedere. Le imprese qui non devono avere paura, devono tenere le orecchie aperte e denunciare ogni episodio sospetto».

Le associazioni imprenditoriali come possono contribuire?
«Possono darsi una autoregolamentazione più rigida, criteri guida per la partecipazione agli appalti. Confindustria Sicilia, ma qui è una situazione estrema, espelle chi paga il pizzo».

Sentenze che dimostrano la presenza dei clan in Emilia Romagna?
«Proprio recentemente, e lo ha ricordato anche il ministro Maroni nella sua relazione, c’è stata la condanna di esecutori e mandanti della gambizzazione di un imprenditore edile di Castelfranco Emilia avvenuta nel 2007. Aveva testimoniato contro gli esponenti dei clan casalesi».

Quali sono i sintomi che confermano l’attività della mala campana?
«Ci sono inchieste aperte. Ma il presidente di Apmi ha citato incendi dolosi nei cantieri. E aggiungo che nella Bassa bolognese davanti ad alcuni cantieri gestiti da casertani sono stati trovati più volte dei bossoli. E’ un avvertimento chiaro. Ma non sempre si riesce a trasformare questi segnali in inchieste e condanne. Se lavoriamo tutti insieme, imprese, poloitica e magistrati, però possiamo farcela».

Lancia un allarme?
«Non sono qui per allarmare ma per non sottovalutare. Da queste parti la mafia imprenditrice spara poco e ricicla molto».

Quindi gioco di squadra?
«Dobbiamo fare di più tutti insieme, altrimenti la situazione ci sfuggirà di mano».

Cosa temono di più i boss della camorra?
«La confisca dei beni sui cui investono. Ed è qui che dobbiamo incidere. La Dda di Napoli recentemente ha confiscato a Parma immobili per centinaia di migliaia di euro. Che non torneranno nelle mani dei clan».

La politica fa la sua parte?
«Lo Stato deve impegnarsi di più per una legislazione adeguata.Non possiamo fermarci solo al carcere duro».

Quali sono le presenze più significative della mala organizzata in regione?
«I Casalesi presenti nel mondo dell’edilizia fra la Bassa bolognese e quella Modenese, i cutresi a Reggio Emilia, i crotonesi impegnati nel gioco d’azzardo in Romagna, tanto per citarne alcuni».

di BEPPE BONI










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