Modena, 10 gennaio 2018 - I problemi agli argini del fiume Secchia erano stati individuati, prima di quel disastroso 19 gennaio, ma i fondi pubblici a disposizione non bastavano, non erano sufficienti. Dice questo l’altra versione dei fatti sull’alluvione del 2014 nella Bassa, ovvero quella di chi oggi è indagato con l’ipotesi di reato di disastro colposo (è bene sottolineare che le indagini non sono ancora chiuse). Ieri mattina, in procura e per due ore circa, l’allora dirigente di Aipo (Agenzia interregionale per il Po) per l’area dell’Emilia Romagna, ha risposto alle domande del pubblico ministero titolare del fascicolo Pasquale Mazzei. Accompagnato dal suo legale, il professore modenese Giulio Garuti, ha reso una ricostruzione di quanto sarebbe accaduto che, nemmeno tanto indirettamente, chiama in causa la Regione.

Il dirigente in questione è uno dei tre indagati, che hanno tutti la stessa ipotesi a carico: gli altri due sono un sorvegliante ed un ufficiale idraulico, sempre di Aipo. Stando a quello che trapela in merito all’interrogatorio di ieri, sono due gli elementi di interesse contenuti nelle risposte date al magistrato e a un rappresentante della polizia giudiziaria, la forestale nel caso specifico. Il primo è che gli animali fossori (tassi, istrici e volpi, più di quelle nutrie additate a lungo quali possibili colpevoli della rottura dell’argine a San Matteo) non sarebbero stati la causa dell’enorme falla sul Secchia. Questo perché erano già stati fatti degli interventi di chiusura delle tane.

I problemi, invece, erano di natura strutturale. Impossibile, considerando anche la delicata fase delle indagini in corso, sapere di più in merito. Emerge, al contrario, che Aipo, secondo le parole del dirigente ovviamente, aveva chiesto alla Regione il trasferimento di fondi pubblici da un già previsto intervento ‘in cantiere’ sul Naviglio ad una più urgente manutenzione sugli argini del Secchia. Ma, e planiamo così sul secondo elemento d’interesse, la Regione aveva respinto questa ipotesi: i soldi erano stati destinati effettivamente al Naviglio e non per il Secchia.

Quei problemi riscontrati prima del 19 gennaio 2014 da Aipo sono poi stati alla base della rottura dell’argine? A quanto pare la risposta data dal dirigente ieri mattina è stata, almeno in parte, affermativa. Non c’erano dunque soldi a disposizione per ‘mettere una pezza’ su problemi che erano stati individuati. Uno scenario che, azzardiamo, con ogni probabilità sarà confermato anche dagli altri due indagati, considerando che nei giorni successivi al disastro non solo economico (Oberdan Salvioli morì a 43 anni, a Bastiglia, nel tentativo di aiutare altri alluvionati) sempre da dipendenti di Aipo arrivarono accuse proprio rispetto ai pochi soldi a disposizione dell’agenzia. Lo sapremo nei prossimi giorni, quando anche gli altri due indagati compariranno davanti al pubblico ministero.

Spetterà proprio a Mazzei ‘pesare’ questa ricostruzione dei fatti, per poi metterla su una bilancia che a breve dovrà portare all’archiviazione oppure alla richiesta di rinvio a giudizio al gip, sempre che non si aggiungano altri indagati, ma di semplici supposizioni si tratta. «Il mio assistito – le parole di Garuti – ha spiegato in modo esaustivo le reali cause di quanto è accaduto. C’erano fondi non sufficienti a ‘coprire’ 280 chilometri di competenza. Era stato fatto tutto ciò che si poteva fare, ma forse erano necessari altri interventi, che avrebbero necessitato di altri soldi». Peraltro, il dirigente Aipo nel gennaio 2014 era ormai prossimo alla pensione e in quel periodo stava smaltendo le ferie residue in vista del traguardo.