Modena, 19 aprile 2016 – Le mostrano un mondo diverso, quello in cui i problemi economici non esistono; dove sarà lei a decidere cosa fare e come vivere. Pian piano la portano ad odiare il prossimo e per ‘prossimo’ si intende il cristiano e, in generale, l’italiano, convincendola che la sua famiglia rappresenta un ostacolo alla sua libertà.

La prima parte della storia che stiamo per raccontarvi non è poi così diversa dal ‘caso Fatima Az Zahra’, ovvero Maria Giulia Sergio, la 27enne di Torre del Greco scappata in Siria dopo essere stata convertita all’Islam. Della ragazza e del compagno ancora non vi sono tracce.

Al centro della delicata vicenda, in questo caso, c’è una bambina nigeriana di soli 10 anni avvicinata, secondo le testimonianze e il legale della famiglia, da un gruppo di giovani connazionali islamici ben radicato in città.

La famiglia, profondamente cristiana, temendo che l’adolescente potesse sparire da un momento all’altro, si trasferisce a Parma e cerca di tenerla lontana dal gruppo islamico. Situazione alla quale la minore si ribella, tanto da denunciare il padre per maltrattamenti.

A breve inizierà il processo a suo carico ed il legale che lo assiste, l’avvocato Vincenzo Patera del foro di Bologna, cercherà di spiegare ai giudici la verità, ovvero la volontà dell’uomo - che rischia di non vedersi rinnovare il permesso di soggiorno - di tutelare la figlia.

Tutto inizia quattro anni fa. La bambina, 10 anni all’epoca dei fatti ma particolarmente precoce e decisa, viene iscritta a scuola e, tramite altri amici, incontra un gruppo di ragazzi più grandi di lei, vicini alla comunità islamica. La minore inizia a frequentarli e, contestualmente, cambia atteggiamento in casa.

Non si fa problemi ad esprimere davanti alla famiglia odio nei confronti dei ‘bianchi’, dei cristiani e cerca, contemporaneamente, di convincere la sorella più grande a ‘seguire la sua strada’. I genitori, preoccupati per quelle frequentazioni sospette e, soprattutto, terrorizzati dalla probabilità che la bambina si lasciasse convincere a ‘partire’, avvertendo qualche segnale in tal senso, si rivolgono prima ad un prete, poi agli assistenti sociali e, infine, all’avvocato.

Il disprezzo per il mondo che la circonda, però, aumenta e la famiglia, nel tentativo di tutelare la ragazzina, si trasferisce a Parma. In pochissimo tempo la minore ottiene nuovi contatti col gruppo islamico locale e inizia la ribellione vera, con un atteggiamento di rivolta verso l’istituto scolastico e verso il mondo occidentale, tanto da iniziare a compiere furti in segno di ‘odio’.

Al culmine di una lite, il padre la chiude in casa e la minore lo denuncia per maltrattamenti. Da qui l’avvio del procedimento. «Aveva idee forti e pericolose nei confronti degli italiani – spiega l’avvocato Patera – ce l’aveva col nostro paese e si arrabbiava quando i genitori le spiegavano il significato di ‘rispetto’. Il padre temeva potesse sparire e per un periodo di tempo è stata ‘osservata’, per evitare che scappasse. Ora è seguita dai servizi e va in parrocchia, ma il ‘gruppo’ la cerca ancora».