Modena, 5 maggio 2015 - Matteo Richetti, all’epoca presidente dell’Assemblea, oggi deputato Pd: 5.755,16 euro. Luciano Vecchi, che era assessore: 12.722,75 euro. Complessivamente 18.477 euro in due. È questa la cifra che la procura di Bologna, con i pubblici ministeri, Morena Plazzi e Antonella Scandellari, contesta agli ex consiglieri regionali modenesi del Pd nell’ambito della inchiesta ‘spese pazze’. È di ieri, infatti, la notizia della richiesta di rinvio a giudizio per 16 dei membri che costituivano la squadra Democratica nella nona legislatura.

Quella cominciata nel maggio del 2010 e chiusa anzitempo con le dimissioni di Vasco Errani per l’altro scandalo, Terremerse. Siamo a luglio del 2014. Sostanzialmente i magistrati chiedono il processo ai 16 ex consiglieri ritenendo che abbiano ottenuto nel tempo rimborsi per spese che nulla avevano a che vedere con la loro attività in Regione. Fuori dall’inchiesta Paola Marani, Antonio Mumolo e l’altro modenese, Stefano Bonaccini, attuale presidente della Regione, che è stato sentito dagli inquirenti e ha ottenuto poi l’archiviazione.

L’accusa, per tutti gli altri, parla chiaro: «Hanno giustificato come spese inerenti l’attività consiliare iniziative di genere diverso quali costi sostenuti per la partecipazione ad attività del partito anche al di fuori dell’ambito regionale ovvero spese esclusivamente personali». Se Luciano Vecchi, a Roma per impegni istituzionali, riferisce «di non aver ancora ricevuto nulla», di aver appreso di essere stato rinviato a giudizio dalla telefonata del giornalista e quindi di non avere voglia di commentare, è amaro il commento del parlamentare Matteo Ricchetti che affida a Facebook il proprio sfogo: «Apprendo che i pm della procura di Bologna chiedono il mio rinvio a giudizio per la vicenda riguardante i gruppi consiliari della Regione. Per casi assolutamente identici è stata chiesta l’archiviazione», è il primo affondo con palesi riferimenti al trattamento riservato a Stefano Bonaccini ma anche appunto a Marani e Mumolo.

«La mia situazione – prosegue Richetti – per la quale non esistono spese ‘anomale’ o riguardanti tipologie non consentite, ma anzi, tutte regolarmente autorizzate e rendicontate, viene messa nel calderone generale. Parafrasando maestri autorevoli mi viene da dire che non è giusto ‘prendere provvedimenti uguali per disuguali’». Quando ha chiesto di essere sentito dalla magistratura, «ho spiegato con minuzia di particolari che i 5 mila euro spesi in circa due anni per attività riguardanti il mio mandato (trasporto, iniziatve, incontri) sono dovuti alla rinuncia e al risparmio legato alle scelte fatte da presidente dell’assemblea».

Poco male, è la conclusione, «adesso finalmente si esce dal confronto accusa-difesa e si va davanti ad un giudice, che stabilirà dove sta la verità. E io sono molto, molto tranquillo». Ieri tra i corridoi della Regione erano in diversi, in questo senso, all’interno del Pd a commentare la notizia dicendosi ottimisti sulla possibilità di spiegare meglio la vicenda davanti al giudice, mentre non è mancato chi ha fatto notare come «certi provvedimenti arrivino puntuali a poche settimane dalle elezioni regionali». È vero che non si vota in Emilia, è il ragionamento, «ma questi rinvii a giudizio, soprattutto di un fedelissimo di Matteo Renzi e mediaticamente molto esposto, in qualche modo potrebbe condizionare l’esito delle urne dopo l’inevitabile eco che si avrà a livello nazionale».