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Pesaro

ARTE CHE EMIGRA

Dalla sabbia al marmo, Vangi
porta le sue sculture in Corea

Le 'bozze' dell’ultima scultura di Giuliano Vangi sono geniali, creative, schizzi sulla sabbia. La sua grande scultura 'Percorso', insiema alla monumentale opera 'Agorà', volerà in Corea alla fine di marzo

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giuliano vangi Pesaro, 20 marzo 2008 - La genesi non è monumentale come l’opera finita. Le 'bozze' dell’ultima scultura di Giuliano Vangi sono geniali, creative, schizzi sulla sabbia. Ai bagni 'Laura', a Pesaro. Si alzava dal suo lettino, questo grande scultore e spostava la sabbia ‘bollente’ per arrivare là dove è umido per abbozzare l’opera con lo stecchino di un gelato. E spiegava, tratteggiando, il viaggio dello spettatore all’interno dell’arte.

 

Perché 'Percorso' è più di una statua, una grande statua. Non le si gira intorno, ma si penetra, ci si siede anche, e poi la si percorre in tutta la sua evoluzione. Quest’opera, che andrà ad aprire il percorso del museo alle porte di Seul in Corea, è ora diventata realtà in una esposizione che si è inaugurata a Novara. A Pesaro e a questa regione resta solo il testo di una vecchia canzone: "Ho scritto t’amo sulla sabbia".

 

Perché alla fine del mese questa scultura, assieme ad 'Agorà', altra opera monumentale destinata sempre alla Corea, partirà alla volta del paese asiatico. "Un peccato? Forse, ma queste opere me le hanno commissionate loro", dice Vangi. E aggiunge: "Adesso sono di nuovo all’opera per realizzare un’altra statua che andrà invece per un museo in Giappone", in quel Giappone dove Vangi vanta un museo tutto dedicato alle sue opere.

 

'Percorso' è un blocco di marmo "dove un uomo e una donna sono seduti e fissano — scrive il critico Maurizio Calvesi — una ‘via’ che si apre di fronte a loro, delimitata da irregolari pareti di pietra. Queste sono congiunte tra loro, al termine, dalla chioma di un albero estroflesso verso l’interno del percorso, quasi un invito a fermarsi sotto il suo umido e fertile ombrello...". Un’opera, per Calvesi, dove Vangi ritrova la stessa simbologia de la 'Madonna di Loreto' del Caravaggio sprigionando la forza espressiva del Masaccio. C’è lo scorrere dell’esistenza in quest’opera lunga quasi 12 metri, larga 3,5 ed alta 170 centimetri.

 

La seconda opera di Giuliano Vangi si chiama invece 'Agorà' e lo scultore spinge il discorso nel cuore della Grecia antica, non tanto in quella piazza come luogo di discussione e di dibattito, quanto in quello spazio centrale della città dove ci si ritrova a cui l’urbanistica ha poi dato quella centralità immortale. E in questa piazza lo scultore sviluppa i suoi "dodici occupanti sparsi a coppie di due nel suo spazio".

 

Statue alte anche due metri, marmi che si parlano, si abbracciano, chi in giacca e cravatta, chi a piedi nudi: "Voci di quelli che Giorgio Vasari — scrive ancora Calvesi — chiamava ‘gl’affetti dell’anima’, voci dette dai gesti, semplici, di scambio, di trepidazione e tremori, di incontro e di fratellanza, di protezione, di pietà e d’amore. Dodici figure come dodici è il numero che regola i ritmi del creato, delle religioni e che simboleggia l’umana progenie: i dodici figli di Giacobbe, le dodici tribù del popolo ebreo, i dodici frutti dell’albero della vita".

 

Due opere per un percorso che procede il divenire umano. Due monumentali opere di cui resta a Pesaro e ai marchigiani solamente uno schizzo fatto sulla sabbia in una torrida giornata di luglio. Mare davanti, sabbia bollente sotto, e uno stecchino di gelato in mano a Giuliano Vangi.

Maurizio Gennari










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