Pesaro, 9 agosto 2017 - Va in scena giovedì 10 agosto all’Adriatic Arena la prima Le siège de Corinthe. L’opera nella sua versione integrale a cura della Fondazione Rossini sarà proposta nell’allestimento di Carlus Padrissa del collettivo La Fura dels Baus, assieme alla pittrice Lita Cabellut. Roberto Abbado dirigerà l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI ed il Coro del Teatro Ventidio Basso. Nel cast, accanto a Nino Machaidze, debuttano al Rof Luca Pisaroni, John Irvin, Sergey Romanovsky e Carlo Cigni, cui si aggiungono giovani quali Xabier Anduaga, Iurii Samoilov e Cecilia Molinari.

È una delle più promettenti tra le giovani voci protagoniste al Rossini Opera Festival. Cecilia Molinari, mezzosoprano, nata a Riva del Garda, con alle spalle due diplomi in canto e flauto, sarà Ismène ne Le Siège de Corinthe, opera di apertura della 38esima edizione del Rof in prima domani (ore 19), all’Adriatic Arena e in replica (il 13, 16 e 19 agosto). Un ruolo solo apparentemente secondario nella tragedia in tre atti scritta da Rossini nel 1826 per l’Opéra di Parigi. E proprio per questo il direttore artistico Ernesto Palacio, ex tenore rossiniano di prima grandezza, ha deciso di andare sul nuovo-garantito. La Molinari, uscita dall’Accademia solo due anni fa, è infatti al suo terzo Rof: dopo Il Viaggio a Reims, nel 2016 Il Turco in Italia e un concerto con Juan Diego Florez, quest’anno protagonista nell’integrale a cura di Damien Colas nell’edizione critica della Fondazione Rossini.

Dall’Accademia ad un palco internazionale come quello del Rof. Dica la verità, non le tremano le gambe?

«Mi tremano sì, una grande responsabilità ma contemporaneamente la consapevolezza di avere un enorme privilegio ed una grande opportunità».

E c’è ancora Rossini nel suo cammino appena iniziato...

«Certamente, e credo sarà una piacevole costante nella mia carriera».

Parliamo di questa sua Ismène

«È la confidente di Pamira, la figlia del Governatore di Corinto, innamorata dell’invasore della città, il sultano Maometto II ma promessa in sposa al guerriero Neocle. Non è una parte secondaria. Tutt’altro».

Che personaggio è, e come la vedremo?

«È l’unico personaggio ottimista in quest’opera; cerca sempre di sdrammatizzare, di evitare conflitti di essere una confidente leale».

Dal punto di vista vocale?

«Non devo fare cose pirotecniche, ma è comunque una parte vocalmente e drammaturgicamente non di secondo piano, come detto, con un’arietta con il coro femminile (di Albazar) dopo la grande aria di Pamira».

In una regia visionaria come quella de La Fura dels Baus...

«Una regia di grande impatto visivo a 360 gradi e per questo molto coinvolgente anche per il pubblico, ambientata in una ipotetica guerra senza tempo: una guerra per l’acqua».

Lei è stata una delle ultime stelle selezionate in Accademia da Alberto Zedda. Quale è il suo ricordo?

«Sì ho avuto la fortuna di avere i suoi preziosi consigli. Il suo mantra era mai ripetersi. Ricercare, studiare il significato di ogni parola. Insomma per lui una interpretazione non doveva essere mai assomigliare all’altra. La sua era materia in movimento, forma in divenire».

Deve molto a lui?

«Moltissimo. Se ora sono qui è grazie a lui e alla fiducia che mi ha dato».

E con il direttore Roberto Abbado come si è trovata?

«Un grande direttore. E’ molto attento e preciso rispetto alla partitura. Vuole che rispettiamo fedelmente la musica».

Senta ma nel futuro cosa le piacerebbe cantare?

«Dietro l’angolo c’è Mozart, già dal prossimo anno. E poi quando la mia voce si sarà ulteriormente formata, non mi dispiacerebbe affrontare Bellini».