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Il cuore di Luca batte oltre la porta Amici e parenti stretti nel dolore

Il dramma di Loreto

Via vai a Rianimazione, ma il 21enne respira grazie alle macchine

Luca Galleti (Foto Tiziana Petrelli)
Luca Galleti (Foto Tiziana Petrelli)
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Pesaro, 30 luglio 2012 - C’E’ UNA PORTA che la separa dal figlio. Ore 18 e 40 di ieri. Cinzia Miele, la mamma di Luca Galleti, restituisce gli abbracci e i baci a tutti i parenti che cercano di confortarla. Ma appena può si appoggia al muro e guarda fisso verso quella porta. Oltre la quale, c’è ancora un cuore forte di un 21enne sano che batte e due polmoni che respirano, anche se solo grazie alla ventilazione permessa dai macchinari della Rianimazione.

La vita di Luca, dopo lo schianto con quel taxi che passava da quel punto, via Ugolini, proprio in quel momento, venerdì sera, è appesa solo al filo della speranza. O del miracolo. La gente — i parenti, gli amici di Luca e della famiglia Galleti che gestice i Bagni Bibi — lo sa bene. Ma fa finta di non saperlo, oppure per ora non vuole avere il coraggio di dirselo. Sono lì, seduti o in piedi, al secondo piano del San Salvatore, e aspettano e parlano e si chiedono come si fa a sbattere con quel tipo di destino e come ora si può fare l’impossibile, cioè confortare i genitori.

«Luca è uno tranquillo, uno che non beve, che stava tornando a casa a mezzanotte e mezzo, figuriamoci», diceva un’amica di famiglia, ieri mattina, davanti alla Rianimazione. Dalla notte di venerdì è stato un via vai di ragazzi piangenti. Due, coetanei di Luca, che ieri si sono fermati al primo piano, sbagliando, e poi, col passo esitante di quelli che non vogliono disturbare, sono arrivati al secondo e si sono avvicinati alla mamma di Luca, per far vedere che loro c’erano. La mattina c’era anche il socio del padre di Luca ai bagni Bibi, Gianni Angeloni, e lo zio di Luca, ambedue con la faccia affranta dal dolore.
 

LE CONDIZIONI del 21enne, nel momento in cui scriviamo, sono drammaticamente stazionarie, rispetto a venerdì sera alle 24 e 30, quando la sua bici impatta col taxi e lui vola e sbatte la testa prima nel montante della Croma poi a terra. Una caduta che a volte si risolve con una spalla o un braccio rotti. Lui no. Lesioni al tronco encefalico. Le lesioni cerebrali sono tali da lasciare pochissime speranze, forse nessuna. I medici, in qualche modo, l’hanno già fatto capire ai parenti. Ma Luca è ancora vivo. Non c’è ancora una diagnosi di morte encefalica.

Il cervello però manda segnali sempre più flebili. Nella giornata di oggi (se nella notte non sopraggiungeranno ulteriori e fatali complicazioni) verranno fatti esami più approfonditi. Il discrimine, drammatico, è tutto in quella diagnosi: che stabilirà se il cervello è vivo, se può essere ancora vivo, o no. Nel caso in cui anche gli ulteriori esami medici di stamani stabiliranno che non c’è più nulla da fare, solo allora si potrà parlare (o meglio, lo potrà stabilire solo una apposita commissione, dopo il trascorrere di ultriori 6 ore) di morte cerebrale, che significa dire che anche l’ultima speranza è finita. Ma fino allora c’è posto per i miracoli. Al di là della scienza e delle probabilità, oltremodo negative. E nonostante il tam tam sciagurato, prima su Facebook («Riposa in pace»), poi sulla bocca della gente di sabato mattina: «E’ morto, è morto». Quelle frasi non gli hanno dato neanche il tempo di morire.
 

ale.maz.

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