Ancona, 19 gennaio 2016 - Sarà anche indicato generalmente come ‘uomo nero’ e principale responsabile del crac Banca Marche, ma Massimo Bianconi, direttore del gruppo creditizio per oltre otto anni, non è personaggio che si fa travolgere dalle accuse e dalle inchieste penali. «Non parlo», è la risposta che ha affidato ai cronisti che sono riusciti ad agganciarlo.

Però parla con gli atti e individua in Bankitalia il suo nemico: «Le classificazioni dei crediti ora contestate, perché ritenute incoerenti ed insufficienti, erano state concordate con la Banca d’Italia al termine dell’ispezione del 2011». Lo fa attraverso la «comparsa di costituzione e risposta» depositata al tribunale civile di Ancona nell’ambito del procedimento per danni promosso dai commissari di Bankitalia nei confonti del direttore e di altri 30 amministratori e manager del gruppo creditizio. Per una richiesta complessiva di risarcimento di 280 milioni di euro.

E’ la famosa citazione in giudizio firmata dai legali dello studio Bonelli Erede Pappalardo in cui si era paragonato il crac Banca Marche allo scandalo del Banco Ambrosiano e di Sindona. In cui veniva contestata la gestione di 37 grandi clienti, in gran parte del settore edilizio (Lanari, Cicolella, Polo Holding, Mazzaro Canio, tra gli altri) che finiranno poi tra i cosiddetti crediti deteriorati alla base del crac patrimoniale dell’istituto.

Il concetto ripetuto dall’avvocato Pietro Anello (con i colleghi Giulio Agrò e Rosanna Zuccato) è facilmente riassumibile: «I criteri utilizzati per gli affidamenti erano stati determinati da Banca d’Italia nell’ispezione del 2011 e pedissequamente recipiti dal management di Banca Marche». Non solo, i legali dell’ex-direttore possono sottolineare che la stessa ispezione, «pur conclusa con giudizio parzialmente sfavorevole, per l’esposizione e la concentrazione nel settore immobiliare», ribadiva che «gli effetti negativi sono tuttavia attuiti dalle cautele assunte sul fronte delle garanzie».

Insomma a Bianconi preme sottolineare ai giudici che «le garanzie immobiliari e personali» di gran parte dei 37 casi per cui è chiamato al pagamento dei danni «esistevano, erano reali». Nello stesso documento ispettivo del 2011 di Bankitalia emergono già cifre impressionanti: «Dalla disanima degli impegni al 31 luglio 2010 – scrivono gli ispettori – emergono sofferenze per 1,057 miliardi, incagli per 639 milioni, crediti scaduti pper 257 milioni e previsione di perdita di 529 milioni di euro». E si indicando anche le cause: «Si è privilegiato, in una fase sfavorevole di mercato, l’obiettivo di difendere le performance economiche (l’utile, ndr) ricorrendo ad iniziative che hanno accentuato i rischi creditizi, con clienti di modesta qualità». Ma all’ex-direttore, in questa occasione, preme rimandare al mittente le accuse: io ho fatto semplicemente quello che l’istituto di viglianza mi chiedeva. Tutto cambia, com’è noto, quando Bianconi viene avvicendato.

Nel nuovo consiglio di amministrazione (rimasto indenne da cause e inchieste penali) emergono «fortissimi contrasti» (Banca d’Italia dixit) e dopo qualche mese il neo direttore Luciano Goffi opera una modifica dei criteri di classificazione dei crediti: «Appare chiato – scrivono i legali di Bianconi – che il danno patrimoniale lamentato da Banca Marche dipende dalla modifica della classificazione dei crediti, scelta discrezionale del nuovo management». Quella scelta che rovesciò la semestale 2012 in utile (46 milioni) in una perdita annuale secca di 529 milioni. Indirizzando l’istituto verso il commissariamento e, due anni dopo, alla risoluzione. Piccola chiosa finale per l’avvocato Pietro Anello, che è protagonista anche nell’ultima assemblea dei soci di Banca Marche del 30 aprile 2013, quando avvertì i soci che i criteri utilizzati per la valutazione dei crediti erano «decisamente superiori alla media del sistema» e che le modalità venivano criticate dalle stesse agenzie di rating interpellate. «Così i soci si impoveriranno», disse. E’ andata molto peggio.