Pesaro, 11 giugno 2017 - «L’Adriatico è un pozzo vuoto. Non c’è più pesce. I tonni non trovano più da mangiare e i pochi pesci rimasti sono sempre più piccoli. Le cose sono molto più serie di quello che si pensa e si dice. Se andiamo avanti così, tra qualche anno non ci sarà più niente per nessuno, e allora sì che saremo costretti a cambiare abitudini». A lanciare la provocazione non è un ambientalista, ma il ‘Barone’ (al secolo Lamberto Spinaci), uno dei pescatori più esperti della marina di Pesaro, un’istituzione in ambito portuale. E sì perché lui il mare lo ha nel sangue, fin da bambino. «Ricordati che io lo squalo bianco l’ho guardato negli occhi», redarguisce con fare saccente un giovane ricercatore, ma il suo atteggiamento è bonario, frutto della passione sfrenata per la pesca sportiva, che vanta tante gare alle spalle e molte all’orizzonte.

L’allarme lo ha lanciato nel corso del convegno organizzato mercoledì sera dal club Sub Tridente, una serata affollatissima a cui hanno partecipato anche ricercatori dell’Università politecnica delle Marche, il comandante della Capitaneria di Porto, Silvestro Girgenti, i rappresentanti di tante associazioni e molti semplici appassionati. Il titolo della serata era evocativo: «C’era una volta l’Adriatico. Quali ricchezze stiamo perdendo?». Del resto sono tanti i pescatori e i subacquei che raccontano il nostro mare di qualche decennio fa ricco di squali, ostriche, telline, capodogli, ricci di mare, mante, cavallucci marini. Oggi invece, la biodiversità si è drasticamente abbattuta e sono arrivate nuove specie aliene.

«I pescatori non sono come i contadini – ha affermato il Barone – non seminano, arano solo. Oggi è necessario cambiare abitudini: per esempio non bisogna pescare quando c’è la riproduzione, e poi il fermo pesca così com’è non serve a nulla. Andrebbe fatto per più mesi all’anno ed esteso a tutti. Inoltre bisognerebbe creare delle aree protette, per il ripopolamento». A supportare le teorie del pescatore sportivo sono intervenute anche le tesi dei ricercatori dell’Università di Ancona, impegnati con il progetto Adriatic Recovery project, che mira a ricostituire la ricchezza perduta. «Il Mar Adriatico è uno dei bacini del Mediterraneo più ricchi in biodiversità – ha affermato Azzurra Bastari dell’Università Politecnica delle Marche – però è anche uno dei mari più sfruttati al mondo. Ad oggi gran parte della sua ricchezza è andata perduta, ad esempio gli squali e le razze sono diminuiti del 94% negli ultimi 50 anni, e molti dei principali stock ittici sono sovrasfruttati. Le catture di nasello da flotte italiane e croate sono diminuite del 45% in 10 anni. La pesca a strascico è quella che causa il maggior danno agli ambienti marini. Per questo siamo fieri di essere appena riusciti a fare istituire una zona di restrizione alla pesca nella Fossa di Pomo, al largo di Pescara». Ma zone ristrette alla pesca per favorire il ripopolamento sono state chieste a gran voce anche a Pesaro. Una piccolina in realtà c’è già, di fronte a Casteldimezzo: si tratta di una piramide costituita da tripodi alta sette metri, e sembra che abbia già dato i suoi frutti, ma occorrerebbe qualcosa di più ampio.

«L’assenza di pesce non è un fatto imprevisto – ha sottolineato il comandante Girgenti, che vista l’ora tarda e le tante persone ancora incollate alla seggiola, ha rinunciato generosamente alla presentazione che aveva preparato per mettersi a disposizione della platea e rispondere alle tante domande –. E’ la conseguenza di una stratificazione di atti che si perpetrano da molti anni. Comunque la situazione a Pesaro non è così disastrosa. Noi dal canto nostro ci impegniamo a fare rispettare le leggi, tanto che qualche giorno fa abbiamo sequestrato reti da posta estese per oltre 4 chilometri. Continueremo a vigilare». Soddisfatto della serata il presidente del Sub Tridente, Maurizio Tonelli, che ha promesso presto nuove occasioni di confronto.