Pesaro, 27 dicembre 2017 - Vogliono sposarsi. Semplice a dirsi, ma piuttosto complicato farlo. Lui è un 41enne, ingegnere, pesarese. Lei è una ragazza marocchina di 29 anni, in Italia dall’età di 11 anni. Si sente italiana, parla perfettamente la nostra lingua, non ricorda nemmeno più l’arabo, non è credente. Dopo anni di fidanzamento, i due si sono decisi a unirsi civilmente davanti al sindaco di Pesaro. A fine estate 2017 vanno all’ufficio di stato civile del Comune per dichiarare la loro intenzione, ma c’è un ostacolo: per la ragazza serve un nulla osta del Consolato marocchino in Italia. Va attestato che la ragazza sia nubile, serve il certificato di nascita e dati affini. 

LEGGI ANCHE: Il promesso sposo: "Convertirsi all'Islam per sposarci? Un brutale ricatto"

Nulla di più facile, pensa la giovane. Va subito a Bologna, al Consolato che si trova a Borgo Panigale, e chiede il nulla osta. "Mi sento rispondere – racconta la 29enne – che occorreva prima la consegna del certificato di ‘conversione’ alla religione musulmana del mio futuro marito. Volevano la sottoscrizione della ‘shahada’ da parte di Luca. Gli ho risposto, in francese perché l’italiano non lo capivano e io l’arabo non lo parlo, che non ci pensavo nemmeno lontanamente a convertire chicchessia, visto che nemmeno io sono religiosa". 

La ragazza (che ha chiesto di non rivelare il nome per evitare altri problemi) si è sentita aggredita e offesa: "Mi hanno insultato fino al punto di farmi scoppiare a piangere, cacciandomi via dal Consolato. Ho protestato, gli ho detto che non possono permettersi di fare queste cose in Italia perché qui vige la legge italiana e non marocchina, ma sono stati irremovibili. Non mi hanno nemmeno dato un certificato che attestasse il rifiuto del nulla osta. Cacciata e basta. Sono tornata a casa e assieme a Luca siamo andati in Comune per raccontare ciò che era successo e chiedere di nuovo cosa fare per sposarci. Ci hanno risposto che non potevano dare avvio alle pratiche e che l’unico rimedio era un ricorso al tribunale". 

Per I due promessi sposi, la salita si faceva sempre più irta. Ma la 29enne si è gettata nell’impresa: "Ho scritto tutto da sola, sicuramente sbagliando la forma ma il contenuto di certo era preciso. Mi sono rivolta al giudice dicendogli che voglio sposarmi ma che non accetterò mai l’imposizione del mio Paese d’origine di convertire all’islam il mio futuro marito". Il tribunale ha chiesto un parere alla procura e dopo aver accertato che le dichiarazioni della ragazza erano tutte veritiere, il giudice civile Davide Storti ha autorizzato nei giorni scorsi l’ufficio di stato civile ad accogliere la richiesta di matrimonio dei due giovani.

"Non mi pareva vero – dice ora la ragazza – perché abbiamo fatto tutto io e Luca e siamo riusciti ad aver ragione su leggi arcaiche e incredibili, imposte addirittura in Italia. È certo che se anche il giudice ci avesse dato contro, non mi sarei mai piegata al volere del console". 

Questi, Mohamed Kamel, interpellato ieri al telefono, ha detto: "Questa è la legge in vigore nel mio Paese. Una donna nata in Marocco che vuol sposare un non musulmano deve convertirlo alla nostra fede. Se rifiuta di farlo, noi non rilasciamo il nulla osta. Ma non per cattiva volontà del Consolato di Bologna". 

Dice la ragazza: "Io comunque mi sposo l’11 gennaio grazie al tribunale, mi chiedo però quanti italiani si sono convertiti davvero all’Islam pur di sposare ragazze marocchine? Sospetto che l’unica legge sia quella dell’ipocrisia".