Pesaro, 28 dicembre 2017 - Lui è Luca Paris, 41 anni, ingegnere di Pesaro. Due anni e mezzo fa si è innamorato di ‘Katia’, una ragazza di 29 anni, nazionalità marocchina, in Italia dall’età di 11 anni. A Pesaro, ‘Katia’ ha frequentato tutte le scuole, fino alla maturità scientifica. Poi il lavoro e l’amore. Oggi è mamma ed ha una figlia di un anno e mezzo avuta da Luca. Che sposerà in Municipio l’11 gennaio prossimo. Il loro matrimonio sembrava impossibile a causa della religione musulmana a cui la ragazza apparterrebbe di diritto essendo nata in Marocco.

Cosa sapevate della questione religiosa prima di arrivare alle nozze?

«Niente – risponde al telefono Luca – perché sia io che Katia siamo atei. Quindi, sposandoci civilmente in Municipio, non avevamo nessun interesse a sottoporre la nostra decisione a qualunque autorità religiosa».

Invece cosa è successo?

«Andiamo in Comune e ci chiedono un attestato del consolato marocchino in cui si dichiari che la mia compagna è nubile. Ma è ovvio che lo sia essendo arrivata in Italia all’età di 11 anni. Pazienza, pensavamo ad una formalità e Katia va a Bologna per ritirarlo».

Quando torna cosa le dice?

«L’ho vista sconvolta. Le avevano detto che doveva convertirmi alla religione musulmana, e l’hanno cacciata in malo modo dal Consolato. Piangeva, non immaginavamo nemmeno lontanamente dell’esistenza nel 2017 di una specie di ricatto di questo tipo qui in Italia. Sembrava un vicolo cieco, anzi un’Odissea senza fine».

Avete avuto la tentazione di firmare comunque quel foglio della ‘conversione all’islam’ pur di sbrogliare la matassa?

«Mai, nemmeno per un attimo. Non si accettano ricatti da nessuno e tantomeno dal Marocco di cui Katia non ricorda nemmeno più la lingua. A proposito: sono allibito dal fatto che in quel Consolato a Bologna non si parli la nostra lingua. Solo arabo o francese. Per me è inconcepibile».

Avete pensato di mollare l’idea del matrimonio?

«No, siamo genitori di una bambina, e vogliamo che nostra figlia abbia una famiglia sposata alle spalle. Per questo, siamo tornati in Comune a raccontare tutto ma sicuramente non abbiamo interpellato né moschee né intermediari ad hoc per casi del genere».

L’ufficiale di Stato civile cosa vi ha detto?

«Che l’unica strada era quella del ricorso in tribunale. Che lì per lì ci sembrava una scelta rischiosa, dai tempi lunghissimi, forse di anni e di tante spese. Siamo tornati via demoralizzati».

Ma c’è stata una reazione

«Dico la verità: l’ha avuta ‘Katia’, perché si è messa per ore sul computer a passare al setaccio tutti i precedenti in Italia nel mondo di casi del genere scoprendone pochissimi. Ma non si è persa d’animo. Dopo aver consultato due avvocati che hanno ammesso di non conoscere la materia, ha detto: ‘basta, faccio il ricorso al giudice da sola scrivendo tutto quello che ci è successo. Forse non l’accoglierà ma almeno gli avrò detto che in Italia due persone libere non si possono sposare se non con il timbro di una conversione all’islam? Che è inaccettabile. E’ passato poco tempo, un mese o poco più, e ci è stata notificata la decisione del giudice che accoglieva il nostro ricorso».

Vi siete riconciliati col mondo

«E’ vero, per fortuna in Italia esiste uno stato di diritto che permette a chiunque di compiere le proprie scelte senza imposizioni religiose. E poi ammetto che ci ha fatto piacere un’altra cosa: sia gli addetti comunali che i funzionari del tribunale ci hanno richiamato dopo il rilascio del nulla osta per chiederci se avevamo bisogno di qualcosa».

Vi hanno considerato forse dei pionieri del diritto

«Forse, ma siamo felici che la nostra storia possa essere d’esempio a quelli che si troveranno nella nostra condizione. E credo che non siano pochi».