Emozioni. Ma anche risate nel corso del lungo amarcord organizzato dal Panathlon club per festeggiare i 20 anni del primo scudetto del basket. Presenti quasi tutti gli attori di quel memorabile pomeriggio
Pesaro, 21 maggio 2008 - "E’ da ieri che mi vengono le lacrime guardando questi lungagnoni'', dice Emanuela Scavolini, la figlia di Elvino. Poi, quando arrivano le immagini dello straripante torrente di tifosi che invade il parquet dell’hangar di viale Marconi, al termine di Scavolini-Tracer, la commozione avanza.
''Rivedo mio padre — continua —, questo omone, così riservato e schivo, che va in mezzo al campo a festeggiare con la gente. E poi quei cancelli aperti della casa, con la botte del vino, la gente che entrava e brindava con noi. Erano cadute tutte le barriere, la città solidarizzava. Uno spirito e una partecipazione che ho rivissuto solo con lo scudetto vinto con la pallavolo''.
Emozioni. Ma anche risate nel corso del lungo amarcord organizzato dal Panathlon club per festeggiare i 20 anni del primo scudetto del basket al ristorante da 'Alceo'. Quando Valerio Bianchini prende la parola — Vate come sempre —, per ricordare quei giorni e per ricordare soprattutto come arrivarono e come vennero scelti Daye e Cook, Domenico Zampolini è da una parte e commenta: ''Così è, così era — dice ridendo —. Prima delle partita Bianchini parlava del mondo, di filosofia e non finiva mai. Ci guardavamo tutti in faccia come per dire: ‘Ma questo cosa dice...’. Sulla partita nemmeno una parola. Entravi in campo incaz... duro. Ma in panchina, questo va detto, Valerio era perfetto. Insuperabile nel leggere la dinamica dell’incontro. La tecnica? A quella ci pensava soprattutto Scariolo''.
Vent’anni, da quel giorno. Una generazione nel mezzo, un abisso sportivo: un basket leggero e flessuoso, fatto di tecnica, ha lasciato posto ai muscoli e all’analfabetismo dei fondamentali. ''Giochi con quattro americani in squadra e quindi hai una squadra dentro la squadra, e già questo non va bene. Parli poi con il play e gli dici: ‘Quando sale il pivot, fai un gioco a due con lui’. Tempo sprecato, in campo poi se ne andava per conto suo. Ma uno potrà perdere tempo a parlare con questa gente...'', chiude Bianchini annodando sequenze di uno sport che che ha smesso da tempo di salire i gradini della gloria e della popolarità sana, senza steroidi.
C’erano tutti gli attori di quella epopea, da 'Alceo'. Oltre al Vate, anche Massimo Cosmelli; quindi Matteo Minelli, Renzo Vecchiato, Walter Magnifico, Ario Costa, Andrea Gracis e Domenico Zampolini. Dagli Stati Uniti i saluti di Darren Daye. E Santi Puglisi (''Si festeggerà anche il secondo scudetto, il mio?''); poi Riccardo Bocci e Marcello Rivalta; da Bologna Valentino Renzi e poi Lucio Zanca con i galloni da colonnello del basket dopo i grandi risultati ottenuti con Montegranaro.
Poi il sindaco di allora Aldo Amati con l’ex assessore Marcello Secchiaroli, quindi Luca Ceriscioli con Maria Pia Gennari, Palmiro Ucchielli, Alberto Drudi, il questore Benedetto Pansini. Poi supertifosi come Bebo Balducci, sponsor della serata assieme ad altri appassionati, che si è presentato con la magliettina-reliquia: lo scudetto stampato davanti. Serata fatta di immagini di quella storica partita, poi filmati inediti e tante foto di brindisi e di abbracci. Una specie di album dei ricordi per molti presenti, quello confezionato da Vittorio Panzieri e dal presidente del Panathlon Carlo Campanari.
E poi lui. Valter Scavolini che ha parlato poco ed ha partecipato felice. Poche frasi le sue per ricordare la storica tavolata in viale Trieste e per aggiungere ''che le soddisfazioni sono state molto maggiori e belle rispetto ai soldi spesi per organizzarla. Una tavolata nata per scommessa proprio cenando con gli amici, qui da Alceo''. Il vero motore, lui, di questa epopea perché, come ha ricordato Valerio Bianchini, i soldi sono tutto ''perché dopo il tempo della carne in scatola, il Simmenthal, e dopo i frigoriferi, l’Ignis, arrivò anche il tempo dell’Italia che buttava via le vecchie stufe per comprare la cucina''.
E poi. E poi i menestrelli di ieri e di oggi e cioè tutti i giornalisti che per anni hanno seguito le avventure sportive della squadra di basket. Un fritto misto di pagine felici ed anche di mitici svarioni. Come quello che dipinse Darren Daye come il nuovo custode del palasport, colorato di nero. Perché tutto alla fine diventa un po’ mito. Anche le corbellerie e le frasi infelici, come ricordavano Magnifico e Costa. Una storia per reduci? No. Una serata nel passato, per comprendere meglio il presente e il futuro. ''Perché non fu poi tutto bello e felice'', conclude Emanuela Scavolini.
Maurizio Gennari