PESARO, 11 agosto 2017 - Sui conflitti (musulmani contro cristiani, turchi contro greci, oppressi contro oppressori), trionfa la musica. Quella meravigliosa de Le Siège de Corinthe che l’Edizione critica di Damien Colas ci ha restituito per come era stata scritta da Rossini. E alla prima dell’opera, che ieri sera all’Adriatic Arena ha aperto la 38esima edizione del Rossini Opera Festival, è stato un successo.
Alla fine tanti gli applausi (quasi 10 minuti), per una produzione che ricorderemo non tanto per l’allestimento astratto e visionario firmato da Carlus Padrissa e La Fura del Baus, quanto per una esecuzione musicale accurata che ci ha restituito una partitura complessa e meravigliosa.
E l’AdriaticArena, per una volta, ci è sembrato persino il giusto contenitore; non solo per l’imponenza degli organici (quasi 140 in buca e sulla scena tra cantanti del coro e professori d’orchestra), ma per il volume di suono che un teatro (come ad esempio il Rossini), avrebbe contenuto con difficoltà.
Dicevamo della musica, che ha letteralmente messo in secondo piano quel che è accaduto sul palco e che alla vigilia della messinscena era stato invece indicato invece come l’elemento più interessante di questa produzione. Non che l’allestimento della compagnia catalana sia passato inosservato. Tutt’altro. La guerra per l’acqua sottolineata da una scena completamente invasa da contenitori di plastica, gli evidenti richiami del collettivo iberico ai cambiamenti climatici (terreni inospitali arsi dall’aridità e mascherine antismog); la lotta per sopravvivenza, le continue suggestioni politiche e sociali sottolineate da cartelli, cortei silenziosi e immagini astratte trasportate in mezzo al pubblico come delle icone sacre, sono state un elemento visivo (e drammaturgico), efficace ma mai eccessivo come invece era facile aspettarsi da un progetto de La Fura del Baus. Anzi. L’idea di coinvolgere anche il pubblico e di trasportare in mezzo a loro parte della scena è stata una felice intuizione che ha persino valorizzato il risultato sonoro complessivo.

Per il resto la musica è stata assoluta protagonista. Restituita al meglio dalla bacchetta, o meglio dalla mano sinistra (la destra era bloccata da un tutore), di Roberto Abbado. Bravissimo nel condurre l’Orchestra Sinfonica della Rai al suo brillante debutto al Rof. Una fusione perfetta tra direttore e orchestra che ha restituito una partitura affascinante e con una architettura musicale complessa. I professori della Sinfonica Rai non hanno deluso le aspettative e hanno suonato Rossini come va suonato facendoci persino dimenticare i colleghi del comunale di Bologna. Accanto a loro un’altra piacevole novità: il Coro del Ventidio Basso, qui in pieno organico con oltre 60 elementi, che ha raccolto una messe di applausi. La compagnia di canto è stata perfettamente all’altezza di questa produzione, con qualche punta di eccellenza. A nostro avviso su tutti la bella e brava Nino Machaidze, convincente nel ruolo della protagonista Pamyra e Luca Pisaroni, efficace, autorevole e sicuro nel ruolo di Maometto II. E anche il gradimento del pubblico femminile per il basso-baritono venezuelano non è passato inosservato. Bravi tutti gli altri protagonisti da Carlo Cigni (Hiéros) a Sergey Romanovsky (Nèoclès) a John Irvin (Cléomène). Ed ancora Cecilia Molinari (Ismène), Iurii Samoilov (Omar) e Xabier Anduaga (Adraste). Alla fine come detto tanti applausi tranne qualche isolato buu all’indirizzo dell’allestimento de La Fura dels Baus. Ma si sa, i puristi al Rof non mancano mai. Gli stessi che magari questa sera si speleranno le mani per applaudire la Pietra del Paragone nell’elegante messinscena di Pier Luigi Pizzi.