Bologna, 13 febbraio 2018 - «Ciò che possiamo dire oggi, alla luce di una ripresa finalmente concreta, è che l’Emilia in questi anni di crisi ha cercato di fare i miracoli. E c’è riuscita». Così Alberto Vacchi, presidente di Confindustria Emilia – la nuova unione degli industriali di Bologna, Modena e Ferrara – nel giorno in cui riparte il Premio Mascagni, dedicato alle imprese che crescono.

Premio Mascagni, lo speciale

Presidente, parlare di crescita in questi anni non sarà stato facile.
«Quando nel 2012 nacque questo premio, l’obiettivo era raccontare quelle imprese che, nonostante i tempi bui, non rinunciavano a premere sull’acceleratore della crescita. Oggi è in atto un’inversione di tendenza. Ma non per questo di crescita si deve smettere di parlare. Raccontare le imprese che crescono, anzi, sarà più entusiasmante».

I numeri dicono che l’Emilia è un territorio di piccole imprese, che però cresce più dell’Italia. Come legge questa anomalia?
«Più che altro è la dimostrazione di come la grandezza non sia la cifra assoluta del saper stare sul mercato. E ci ricorda come la crescita sia sempre un valore, a prescindere dalle dimensioni di partenza».

Certo, essere grandi aiuta.
«È indubbio. Ma la crescita oggi è agevolata dalla tecnologia, che consente ai piccoli salti ben più lunghi che in passato, e da una vivacità che le nostre imprese, in primis quelle del ‘Mascagni’, in questi anni hanno ben testimoniato. Dimostrando quanto conti il sapersi approcciare con il territorio, sapere intrecciare la propria storia con quella di altri, saper cogliere le opportunità di una logica di filiera».

Eppure una volta si cresceva anche per competizione, soprattutto tra colleghi e vicini di casa. Si pensi a Lamborghini vs Ferrari.
«La competizione, chiariamolo, è una cosa sana e che fa bene a tutti. Ciò che l’Emilia ha fatto, soprattutto in questi anni di forte crisi, è declinare questa competizione in una dinamica di filiera, in cui ognuno corre per sé, ma al contempo contribuisce a far correre il proprio territorio, condividendo percorsi di crescita, soluzioni ai problemi e aprendosi a logiche solidaristiche che non riguardano più i singoli settori ma tutte le filiere nelle quali ogni impresa è inserita».

Questo finché c’era la crisi. Ora liberi tutti?
«Al contrario. Se ci siamo uniti e siamo cresciuti insieme durante la recessione, ciò che possiamo fare insieme oggi, a crisi finita e ripresa iniziata, è incalcolabile».

Andrà bene, finché dura, poiché dal voto del 4 marzo rischia di emergere un Paese in stallo.
«Oggi come mai abbiamo bisogno di una politica stabile, che sappia riconoscere ciò che di buono è stato fatto finora, per migliorarlo e non certo spazzarlo via. La crescita è arrivata, ora va coltivata: serve continuità, e serve attenzione al mondo dell’impresa. Se chi verrà avrà questo approccio non abbiamo di che preoccuparci».

Intanto in Emilia le cose ora vanno così bene che fondi e capitali stranieri hanno ripreso a comprarci. È preoccupato?
«Il ritorno di capitali stranieri in Emilia è indice di quanto il nostro territorio sia tornato a mostrarsi all’estero come altamente competitivo. È una dinamica che non deve farci paura. Occorre però trarne vantaggio, dimostrando che il valore delle nostre imprese è intrinseco alle competenze e alle conoscenze che sono qui e non altrove».