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Inchiesta della Procura sul telefono trovato nella cella di un detenuto

Chi portò il cellulare in carcere?

di CARLO RAGGI
GRANDE ATTENZIONE, ieri mattina, a palazzo di giustizia, al servizio pubblicato da Il Resto del Carlino sullo scandalo dei telefoni cellulari all’interno del carcere e dei comp...
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6168.jpg 2008-10-15
di CARLO RAGGI
GRANDE ATTENZIONE, ieri mattina, a palazzo di giustizia, al servizio pubblicato da Il Resto del Carlino sullo scandalo dei telefoni cellulari all’interno del carcere e dei comportamenti, oscillanti fra la corruzione e la concussione, di almeno un agente di polizia penitenziaria. Attenzione da parte dei magistrati della Procura, soprattutto di quelli deputati alle indagini per i reati contro la pubblica amministrazione, e attenzione ancora maggiore da parte di alcuni degli avvocati penalisti che quotidanamente hanno a che fare con il carcere e i detenuti. «Finalmente il velo sta cadendo» è stato il commento di questi avvocati. Che hanno aggiunto: «Ora attendiamo che la Procura si muova nell’unica direzione opportuna». Bocche cucite, ovviamente, fra il personale della Polizia penitenziaria, ma appare evidente che la stragrande maggioranza del personale — la cui dedizione al lavoro all’interno del carcere è fuori discussione e scevra da comportamenti illeciti — non può che essere soddisfatta per la denuncia di queste condotte messe in atto da chi non può che considerarsi ‘mela marcia’.

INTANTO alla luce di quanto denunciato nel servizio pubblicato ieri su queste colonne, la Procura potrebbe rivedere sotto una diversa luce l’indagine avviata sul ritrovamento del telefono cellulare nella cella che ospitava fino a poco tempo fa un detenuto ravennate, un pregiudicato di grosso spessore. Nel senso che al momento il fatto è iscritto solo come ipotesi di reato di ricettazione del cellulare, mentre ben diverso e più grave potrebbe essere lo scenario in cui muoversi. «E’ in corso l’indagine preliminare, affidata al pm Cristina D’Aniello. Stiamo attendendo gli sviluppi» dice il difensore del detenuto, indagato per ricettazione.

LE INDAGINI sulla presenza del telefono in carcere sono state affidate al personale del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria) regionale. Si tratta di analizzare la memoria del telefono e di analizzare i tabulati relativi alle chiamate. Il detenuto, una volta scoperto il telefono, è stato trasferito in un carcere di massima sicurezza, San Gimignano, in provincia di Siena.
L’apparecchio è stato scoperto nel periodo in cui il detenuto non era più ammesso al lavoro esterno, vale a dire non era più in semilibertà. Secondo una fonte da noi contattata, quel telefono non restava in carcere per tutta la settimana, ma entrava al venerdì e veniva portato all’esterno al lunedì. Sembra da scartare l’ipotesi che l’apparecchio venisse movimentato da chi era ammesso ai colloqui con il recluso. Rimangono pertanto due alternative: o lo movimentava un detenuto in semilibertà e allora significa che erano carenti, (colposamente? dolosamente?) i controlli all’ingresso e all’uscita dal carcere, oppure di portarlo dentro e fuori dal carcere si incaricava un agente di polizia penitenziaria. Verosimilmente dietro compenso. E questa è una ipotesi di corruzione, non di ricettazione.

D’ALTRONDE il detenuto interessato è una persona estremamente particolare sotto il profilo dei precedenti. Di origine meridionale, da decenni residente sul litorale, fu coinvolto addirittura in un duplice omicidio a Punta Marina: portato a giudizio nel 2000, ne uscì assolto. Ma nello stesso processo venne condannato a diciotto anni per traffico di droga, poi ridotti a dodici. Ammesso al lavoro esterno qualche anno fa, è stato nuovamente arrestato in primavera perchè in un deposito di sua pertinenza, vicino a casa, fu trovato un chilo di sostanza stupefacente.

DI POSSIBILI utilizzi allegri dei ‘telefonini’ all’interno del carcere era emerso anche durante l’inchiesta condotta agli inizi del Duemila dal pm Gianluca Chiapponi e che vedeva indagato, per corruzione, un agente di custodia, Massimiliano Ventura. Questi, negli interrogatori, ammise che forse il suo telefonino venne — lui inconsapevole — utilizzato da alcuni detenuti (legati peraltro alla camorra) e aggiunse di essere stato avviato all’uso della droga proprio all’interno del carcere, da alcuni suoi colleghi.









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