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Amianto, morti dimenticati
"C'è una censura collettiva"

Centoventiquattro i decessi fra il 1979 e il 2008. Severa denuncia del giudice del lavoro Roberto Riverso: "A Ravenna c'è rimozione e silenzio. Ma chi è stato esposto ha diritto a un risarcimento"

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Il porto di Ravenna
Il porto di Ravenna

Ravenna, 9 aprile 2010 - «AMIANTO? A Ravenna c’è una sorta di censura collettiva sulle morti da amianto, ormai duecento dal 1979 ad oggi. C’è rimozione, c’è silenzio su una tragedia i cui picchi più funesti si toccheranno fra il 2018 e il 2020. E finchè questo silenzio continuerà non si potranno fare passi in avanti sulla prevenzione in generale. Credo invece che sia necessario interrogarsi collettivamente per poi adottare criteri di salvaguardia tali per cui mai più possa accadere una simile strage che non ha pari sul fronte degli infortuni sul lavoro».


Roberto Riverso è uno dei giudici del lavoro fra i più conosciuti in Italia, docente ai corsi del Csm, chiamato a convegni nazionali sui temi più importanti in fatto di amianto, nesso causale, malattie professionali e previdenza, autore di saggi giuridici in cui a essere presi di mira sono soprattutto i conservatori approdi della Cassazione. Davanti alla drammatica realtà ravennate in fatto di amianto, che come giudice vive quotidianamente da anni, Riverso ha ritenuto che non fosse più il caso di tacere.


Giudice Riverso, perchè Ravenna è omertosa su queste tragedie?
«A questa domanda non ho elementi per rispondere. Io intendo essere costruttivo. Il mio grido di allarme ha come obiettivo una nuova operatività per un futuro privo di rischi come quello dell’amianto. Rischi che, ricordiamolo, non riguardano solo i lavoratori, ma chiunque sia continuamente ancora a contatto con strutture in amianto».


Cosa l’ha indotta a intervenire pubblicamente?
«E’ dal giorno del convegno in occasione dell’anniversario dei tredici morti alla Mecnavi che ho capito che la questione dell’amianto non è gradita ai sindacati. E dire che a Verona pochi giorni fa sono intervenuto su questo tema su invito della Cisl. Quel giorno il sindaco Matteucci parlò di ‘necessità della memoria’ per i caduti sul lavoro. Bene: i morti per amianto raggiungono un numero enorme, incredibile, ormai duecento negli ultimi trent’anni. E sono destinati ad aumentare».


Lei accennava alla necessità di una riflessione collettiva. Vuole spiegarsi?
«Non ci si deve fermare alla memoria spesso fine a se stessa, ma si deve andare oltre, si deve puntare appunto a una riflessione di tutti sulle responsabilità. Responsabilità di imprenditori, di istituzioni, di sindacati, della stessa autorità giudiziaria. Qui il discorso deve necessariamente allargarsi, diventare generale: non è incredibile che in tutta Italia si siano celebrati solo due processi, anzi uno è ora in corso di svolgimento, per i morti da amianto? Ovvero quello portato avanti da Casson a Venezia, vale a dire il processo per Porto Marghera e quello istruito da Guariniello a Torino, tuttora in corso».


D’altronde il problema è ancora in atto e riguarda la salute di molti cittadini...
«Certo. Quanto accaduto ‘non deve accadere più’. Ma perchè questo imperativo categorico si traformi in azione concreta occorre un confronto fra i saperi della politica, dove in questi settori deve prevalere il criterio di precauzione di fronte all’ignoto, e poi quelli giuridici, quelli sanitari ed avere ben presente che questi interessi devono prevalere su quello delle esigenze dell’economia».


Ma finora non è stato fatto.
«Per mancanza di sensibilità giuridica, delle istituzioni, dei sindacati. Il tema è complesso, multidisciplinare ed è necessario un recupero di quelle sensibilità che aprono orizzonti più vasti del contingente. Si diceva che il problema dell’amianto non può essere certo ritenuto risolto con la sua dismissione o con i benefici economici ai lavoratori esposti. Occorre essere consapevoli di quanto amianto sia ancora diffuso nell’ambiente. Mi chiedo: a che punto siamo con la mappatura del territorio, mappatura zonale, casa per casa? Perchè solo così i cittadini possono ressere informati dei rischi e possono provvedere. C’è un grande deficit informativo sul punto che si trasforma non solo in una lesione del principio democratico, ma anche in un attentato alla salute. Ad esempio, la diagnosi precoce. Approfonditi studi epidemiologici faciliterebbero l’approccio medico da parte dei possibili esposti e una precoce diagnosi darebbe più possibilità di vita alle persone».


Non sarebbe necessario istituire anche borse di studio per approfondite ricerche sul punto?
«Naturalmente. Si potrebbe pensare a una borsa di studio per lavori finalizzati alla raccolta, all’analisi e alla conoscenza diffusa delle centinaia di consulenze tecniche che la magistratura del lavoro a Ravenna ha fatto svolgere in tema di malattie da amianto correlate ai più disparati lavori».


Chi è stato a contatto con l’amianto non ha buone prospettive di vita. Anche questo è un aspetto del problema che investe il fronte dei risarcimenti. Come affrontarlo?
«Vede i problemi sono tantissimi e ancora una volta muove a rabbia constatatare l’opera di rimozione in atto. Non si può ritenere, lo ripeto, di aver messo la coscienza a posto con la legge che prevede particolari contributi previdenziali. Perchè ad esempio non sono coperti a chi è stato esposto per nove anni anzichè dieci e che rischiano di ammalarsi come gli altri; oppure ne sono esclusi quelli che si erano ammalati in precedenza. E’ giusto questo? E poi occorre pensare a quei lavoratori che sono stati a contatto con l’amianto e che vivono con l’incubo della malattia, del tumore. Situazioni che hanno conseguenze giuridiche».


Come affrontarle?
«Con la messa in campo dei saperi di istituzioni, sindacati, medicina, magistratura e avvocati per una nuova coscienza del problema. Ed è importante per la persona, per il cittadino, non solo dal punto di vista giudiziario. A Ravenna ci sono migliaia di persone esposte e la loro storia è storia dei diritti negati, delle omissioni nei controlli, nella prevenzione. Solo un confronto a più voci può condurre verso approdi positivi per tutti. Una ricetta pronta, infatti, non c’è».
 

di CARLO RAGGI


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