Ravenna, 13 agosto 2017 - Anis Amri in quel momento non era ancora il noto terrorista capace, secondo gli inquirenti tedeschi, di uccidere 12 persone e di ferirne altre 56 al mercatino di Natale di Berlino. Amri era solo uno sconosciuto ragazzone tunisino ben distante dalle moschee e segnato da varie dipendenze che in piena primavera araba aveva deciso di lasciare tutto per inseguire il suo sogno: una nuova vita in Europa. Ed è in quel frangente che la vita di quello che sarebbe poi diventato il più noto degli esponenti della rete salafita conosciuta come ‘La vera religione’, si era per un momento intrecciata con Ravenna.

Lampedusa, febbraio 2011: era lì che Amri era sbarcato grazie a una delle tante carette del mare gestite dai trafficanti di esseri umani. In quel momento aveva diciotto anni, ma nella richiesta d’asilo aveva preferito dichiarare di essere nato solo nel 1994, cioè di essere ancora minorenne. Di conseguenza era stato mandato in un apposito centro del Catanese. E lì Amri non aveva certo brillato per la buona condotta. Anzi, le proteste con altri connazionali sfociate nell’aggressione di un custode e nell’incendio dei materassi, gli erano valse una condanna a quattro anni con il trasferimento in varie carceri.

In ogni modo, risalgono proprio a questo periodo di transizione le ‘tracce’ lasciate da Amri a Ravenna. Per la precisione si tratta di un fascicolo aperto dal pm Daniele Barberini nei confronti del tunisino e di quattro connazionali per un reato legato a violazioni del testo unico dell’immigrazione. Ovvero l’articolo 5 comma 8 bis che sanziona la contraffazione, l’alterazione di visti, di permessi o di carte di soggiorno e l’uso di tali documenti.

Amri giura fedeltà all'Isis prima dell'attentato / VIDEO

Per Amri, ancora minorenne (o sedicente tale), c’era stata comunicazione anche alla procura dei Minori. Di fatto subito dopo l’attentato di Berlino, la procura di Ravenna ha segnalato ai colleghi della procura distrettuale di Bologna la puntata romagnola di Amri. Più difficile capire perché il tunisino avesse a un certo punto avuto l’intenzione di spostarsi a Ravenna. Premesso che in quel momento era ancora lontano dall’essersi radicalizzato, la risposta va forse cercata nella presenza di un parente che all’epoca abitava in città e che forse si era dimostrato disponibile a ospitarlo.

Di sicuro c’è che come ultima tappa carceraria, il 10 gennaio 2015 Amri era stato rinchiuso nel penitenziario dell’Ucciardone di Palermo dal quale era uscito il 18 maggio di quell’anno con un provvedimento di espulsione. Ma a fine giugno da clandestino aveva raggiunto la Germania; a febbraio 2016 si era trasferito a Berlino e ad aprile aveva presentato domanda di asilo.

Inizio della fine: nel tardo pomeriggio del 19 dicembre aveva rapinato un camion dopo avere ucciso l’autista polacco. E con quello, aveva fatto strage nell’affollato mercatino di Natale. Poi era scappato in maniera rocambolesca, riuscendo pure a girare il suo video-testamento di obbedienza totale al califfo al-Baghdadi. L’epilogo la notte del 22 dicembre alla stazione di Sesto San Giovanni quando la reazione pronta della polizia messo fine la parola fine alla vita dell’ormai non più sconosciuto Anis Amri.

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