Ravenna 23 dicembre 2017 – La difesa ci riprova. Per Giovanni Trombini, l’avvocato di Matteo Cagnoni, sono cadute le esigenze cautelari che lo tengono in carcere dal 19 settembre 2016. Senza contare che "c’è chi dice che a Natale siamo tutti più buoni, ma non è perché è Natale, ma perché è passato molto tempo da quell’evento". Così, per l’ennesima volta, chiede un addolcimento della misura, arresti domiciliari con braccialetto al posto dell’angusta cella in via Port’Aurea.

"Quale differenza tra il carcere e a casa col braccialetto elettronico? Nessuna, lo dicono persino della guardie carcerarie". "Vero – ammette Trombini – in alcuni casi ha tenuto comportamenti poco ortodossi, ha avuto qualche scatto che si spiegano con lo stato di costrizione". Per la difesa nessun rischio di reiterazione ("no elementi per dire che commetterà altri reati"), di inquinamento di prove ("siamo già al processo, è tutto già sequestrato") e di fuga. E minimizza quella che l’imputato tentò a Firenze prima dell’arresto: "Fuggì e tornò. Lo giustificò con gli attacchi di panico, facciamo questa richiesta dopo aver sentito in aula il suo amico psicologo che ne ha dato prova".

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Durissima la Procura nell’opporsi alla richiesta: "La difesa sorvola sulla gravità indiziaria, che in questo processo è dirompente. Si andasse a sentenza oggi sarebbe condannato", le parole del Pm Cristina D’Aniello. Che entra nel merito dei tre punti cardine che impedirebbero la scarcerazione. Sul pericolo di fuga: "La sera del 18 settembre 2016 era già in aeroporto col trolley, non si era ancora scoperto il corpo. Stava mettendo in atto il suo piano, rovinato dalla polizia. Le fughe quella notte furono due: prima dalla finestra, poi dal poliziotto che lo intercettò in strada e gli strappò la camicia. Ci si costituisce in questura, non tornando a casa dove un altro poliziotto che s’era nascosto lo arrestò".

Sull’inquinamento probatorio: "Per quanto possibile ha cominciato a farlo scrivendo lettere e dando versioni falsate dei fatti, continuando a farlo durante il processo, facendo dire ai testimoni cose che non hanno detto, come al cognato Guido circa una porta trovata aperta". Sul rischio di reiterazione, infine, la D’Aniello ricorda "la brutalità con cui è stata uccisa Giulia. Nessun albanese o estraneo avrebbe potuto usare tale ferocia. Chi ha infierito così voleva cancellare quella donna e la sua faccia. Che quell’odio non sia ancora sopito lo dimostrano gli insulti rivolti in aula alla madre della vittima". La corte d’assise deciderà entro cinque giorni. Natale ancora in carcere per l’imputato.