Reggio Emilia, 15 luglio 2017 - Tira una strana aria al processone Aemilia. C‘è un avvocato convinto di essere scaltro che con una frase contro i giornalisti cerca il colpo di teatro, solleva un polverone e soprattutto prova a dirottare l’interesse mediatico altrove rispetto alla centralità dell’udienza, spalleggiato come nei migliori film dagli imputati dentro le gabbie. Che a loro volta urlano offese e insulti contro i cronisti.

Una sceneggiata ben orchestrata, con solista e coro, un petardo per distogliere l’attenzione dal nucleo principale di questa storia, che sono le accuse contro la rete emiliana della n’drangheta con base a Reggio Emilia. L’avvocato - regista è riuscito però nello splendido intento di far tornare l’attenzione della pubblica opinione verso un procedimento che per forza di cose non sempre offre titoli per i giornali nel suo svolgimento e per molti giorni si fa «dimenticare». La gazzarra ha sollevato indignazione e reazioni a catena, a cominciare dai giudici che dovranno decidere la sentenza.

L’Ordine dei giornalisti difende i colleghi e respinge le intimidazioni. Quindi è tornata l’attenzione. Bene. Anche atteggiamenti come questi servono a comprendere l’alveo dentro al quale si sono sviluppati reati e responsabilità dirette e indirette. La forma a volte è sostanza. E’ un elemento di consapevolezza in più che spiega e aggiunge conoscenza del fenomeno mafioso. La ‘mossa del cavallo’ non è riuscita.