Reggio Emilia, 21 marzo 2017 - Cammini lungo via Martiri di Cervarolo alle otto di una domenica mattina qualsiasi. Hai 17 anni e in testa la partita di calcio da giocare di lì a poco nel ruolo di difensore: è la giornata dello svago, dopo la faticosa settimana sui banchi di scuola. Stai andando a prendere il tuo compagno di squadra, che abita lì vicino. La strada è deserta, non c’è nessuno.

Anzi no. Da dietro senti qualcuno che ti tocca una spalla e ti induce a voltarti. Sono in tre, e capisci subito che non hanno intenzioni amichevoli. Un brivido ti corre lungo la schiena.

Sono giovani come te: un magrebino e due neri. Fa tutto il magrebino, gli altri assistono in silenzio pronti a intervenire in caso di necessità. Delinquenti in erba, ma già scafati.

Dice il magrebino, perentorio: «Dammi il cellulare, abbiamo il coltellino». Comincia così, due domeniche fa, l’incubo del bravo ragazzo che gioca a pallone con gli amici, e che pensa di poter ancora attraversare a piedi un quartiere apparentemente tranquillo una qualsiasi domenica mattina alle otto.

Rapinato del telefono, poi tastato in cerca del portafogli che non ha, infine costretto a consegnare l’orologio. Preso a botte, un colpo allo zigomo perchè non ha i soldi con sè e infine - prima che i tre si allontanino a piedi, calmi, facendo finta di niente - un altro pugno alla mandibola per fargli capire che guai a lui se osa gridare. Due minuti orrendi, senza potersi difendere e senza che nessuno possa intervenire. E - pare - senza telecamere di sorveglianza a riprendere la scena.

Non ha mai sentito sulla sua pelle la violenza, questo ragazzo figlio di operai, gente onesta e per bene, ma adesso lo sa.

Pazienza l’ospedale, il pomeriggio in fila al pronto soccorso per farsi visitare, refertare e calmare il dolore. Pazienza i lividi sul volto, che andranno via. Ma quel che è davvero brutto è il terrore che si infiltra nel cervello, l’angoscia di potere incontrare il branco maledetto. Una baby gang che non sarebbe nuova a questo genere di aggressioni. Ben studiate: in punti precisi, con adeguate vie di fuga nelle stradine laterali della Rosta.

Ora c’è la denuncia in questura, circostanziata, depositata il giorno dopo. Racconta l’aggancio del terzetto al ragazzo lungo la pista ciclabile. La minaccia del coltellino. E la scelta di non reagire - sensata, sarebbe una lotta impari, uno contro tre - e consegnare il cellulare, un Samsung Galaxy S6.

Dentro ci sono le foto, i messaggi con la fidanzata e gli amici, tanto di sè. Pace, basta che finisca tutto in fretta. No, non basta.

Il magrebino ordina di consegnare anche il portafogli. Ma la vittima non ce l’ha, l’ha lasciato a casa. Non è creduto e riceve il diretto allo zigomo. Viene «perquisito», niente da fare, i soldi non si trovano.

«Dacci l’orologio». Lui se lo sfila, sta ancora zitto e consegna anche quello, un Casio regalo dei genitori.

E’ finita? Macchè. Il malvivente che ha parlato gli rifila un cazzotto alla mandibola. Una fitta pazzesca, mentre i tre banditi baby vanno via tranquilli, come se nulla fosse, per non dare nell’occhio.

L’adolescente, traumatizzato, si trascina dolorante fino alla casa dell’amico a pochi metri. Racconta, e subito il papà del compagno di squadra esce coi ragazzi, prende l’auto e si mette a girare per le strade di Rosta alla ricerca del terzetto. Senza risultato però.

Intanto è stata avvertita la polizia. La volante accorre, nuove esplorazioni lungo le vie di un quartiere gioiello della periferia cittadina: i poliziotti non sembrano sorpresi, non sarebbe la prima volta che succede ci dirà il ragazzo. Viene contattata una gelateria della zona per sapere se esistano telecamere accese ma purtroppo sembra non ce ne siano.

Si pensa che l’agguato sia stato studiato nei minimi particolari, scegliendo il punto scoperto e il momento giusto per colpire, quando non c’è nessuno in giro per strada. E così la città amica diventa sempre più la città della paura.