Reggio Emilia, 31 dicembre 2017 - Una scelta coraggiosa e senza sotterfugi, come la definisce egli stesso. Lui è Achille Melegari, 57 anni, fino ad agosto scorso parroco nell’unità pastorale di Cella, Cadè e Gaida, che ha rassegnato le dimissioni da sacerdote. Dopo questa scelta dettata da una 'crisi di vocazione', nei mesi successivi è nato l’amore con una donna divenuta poi la sua compagna di vita, Gerardina Bellassai, 56 anni, storica leader dei City Angels, volontari di strada reggiani.

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In questi giorni hanno deciso di sposarsi nel Comune di Tizzano Val Parma, con tanto di avvisi di matrimonio già pubblicati. L’ex don originario di San Prospero Strinati ha voluto così spiegare la sua verità. Lo fa attraverso una lettera a cuore aperto, sui motivi della sua scelta. In cui non risparmia autocritiche, ma anche debolezze – perché i preti sono prima di tutto uomini – sia sue sia della Chiesa. Difende non tanto la sua posizione, ma soprattutto la sua onestà denunciando anche quei parroci che vivono more uxorio, ossìa una relazione con una donna seppur continuando ad esercitare il ministero sacerdotale. 

LA LETTERA - Perché ho cambiato «vocazione»? Quando circa 32 anni fa scelsi di entrare in seminario e lasciare il lavoro di programmatore di computer un cliente mi scrisse un bigliettino con una frase che diceva all’incirca così: lascio questo lavoro per un «programma più umano». In effetti la mia ricerca è sempre stata quella di una vita con un senso che andasse oltre, e la vita sacerdotale mi sembrava in grado di darlo in abbondanza.

Così è iniziato un percorso di studio, nel Seminario di Reggio e a Roma, e successivamente di impegno pastorale soprattutto nell’ambito della catechesi. Per parecchi anni il mio ministero è stato ricco di stimoli e senza ripensamenti, restava deluso il desiderio di un’esperienza vivida di ciò che sta oltre ma chiaramente potevo solo attenderla e non pretenderla. Ad un certo punto però il lavoro pastorale ha incominciato a risultare faticoso e poco fruttuoso.

Nell’ambiente ecclesiale ce lo si dice spesso che non si deve pretendere di vedere i frutti e bisogna comunque continuare a seminare, però è cresciuta in me la sensazione della lontananza tra il mondo di oggi e la proposta pastorale. Quando poi il mio ministero è stato totalmente dedicato al lavoro nelle parrocchie anche l’impianto istituzionale delle chiese locali mi è sembrato eccessivamente e anacronisticamente sbilanciato in senso giuridico-amministrativo per un parroco. Quando a fine maggio ho dato le dimissioni da parroco dell’unità pastorale «Beato Alberto Marvelli» (Cella, Cadè e Gaida) ho motivato questa decisione sia al vescovo Massimo Camisasca che alle comunità parlando di crisi pastorale e stanchezza per il carico di responsabilità e alcune circostanze parrocchiali. La richiesta che feci, e ciò che mi venne concesso, fu un periodo di servizio esclusivamente festivo in un conteso diverso, a Toano, in Appennino.

A questo punto potrei lamentarmi della poca sensibilità che nell’ambiente clericale si presta al confratello in crisi, ma io stesso con qualche altro sacerdote nelle mie condizioni attuali non feci niente di meglio. Evidentemente siamo bravi a predicare e fare la carità verso i «bisognosi» ma siamo poveri di amicizia e di lealtà. E’ stato in questo tempo di nuova ricerca di un senso che andasse oltre, che il cuore mi ha portato a fare la scelta, non compatibile con l’abito sacerdotale, di amare una donna. Avrei potuto continuare a stare all’altare la domenica e nei giorni feriali vivere more uxorio, come qualcuno fa, ma ho preferito chiedere al vescovo di essere sospeso dal ministero e percorrere senza sotterfugi il cammino necessario a vivere come Dio comanda.

di ACHILLE MELEGARI, ex parroco della Diocesi di Reggio