Reggio Emilia, 23 marzo 2016 - Si è aperta la prima udienza per il processo Aemilia, nell'aula speciale costruita a tempo di record nel cortile del tribunale di Reggio Emilia. Le procedure di accesso dai due metal detector non hanno comportato particolari problemi (FOTO).  Gli avvocati difensori si sono presentati con un nastro bianco attaccato alla toga, su iniziativa della Camera penale reggiana, per sottolineare il diritto di difesa degli imputati.

Presente il presidente della Regione Stefano Bonaccini e diversi sindaci emiliani dei Comuni che si sono costituiti parte civile nell'udienza preliminare.

L'inizio dell'udienza era fissato per le 9,30, ma la corte - composta da Francesco Maria Caruso, Cristina Beretti e Andrea Rat - ha fatto il suo ingresso solo alle 10,30. È proseguito fino alle 12.20 l'appello dei 149 imputati e dei difensori del dibattimento di Aemilia. Presenti nelle gabbie e in aula 29 detenuti. In collegamento in videoconferenza  dai carceri in cui sono detenuti al 41 bis gli imputati Michele Bolognino (da L'Aquila) e Mario Ursini  (da Ascoli Piceno). Durante l'appello sono stati rilevati circa tre errori di notifica. E una lunga discussione è arrivata intorno ai due imputati cinesi per capire se fossero in grado di comprendere le carte.

In tribunale è stata allestita anche un'aula collegata in video per il pubblico, in cui sono presenti circa 50 persone tra praticanti avvocati e parenti degli imputati. Hanno chiesto di costituirsi parte civile nel dibattimento le trenta parti civili che già erano presenti nell'udienza preliminare (tra le quali anche la giornalista Sabrina Pignedoli) più 12 nuove parti civili. Tra le nuovi parti civili che hanno fatto richiesta Ci sono il Comune di Parma, i Comuni di Concordia, Mirandola, San Felice sul Panaro e l'Unione dei Comuni dell'Area nord, la città metropolitana di Bologna, il Comune di Viadana. Contro l'imprenditore imputato Bianchini hanno chiesto di  costituirsi il consorzio Ricommerciamo di San Felice sul Panaro e l'avvocato Antonio Balzano.

Uno degli imputati, Francesco Amato, ristretto ai domiciliari, è stato allontanato dall'aula scortato dai carabinieri perché si è messo a urlare in aula: "Delrio è implicato nel terrorismo islamico, così come la Masini e il prefetto, volete che i bambini italiani saltini in aria? bravi comunisti!"

L'udienza si è conclusa alle 13,15, si torna in aula il 20 aprile.

LE DICHIARAZIONI DEL PENTITO GIUSEPPE GIGLIO

La 'Ndrangheta tentò un patto con la politica a Reggio Emilia. L'ipotesi della Dda di Bologna che ha individuato nel consigliere comunale di Fi Giuseppe Pagliani, coinvolto nell'inchiesta 'Aemilià, un referente dei calabresi, trova riscontri nelle parole di Giuseppe Giglio, imprenditore imputato e collaboratore di giustizia da poco più di un mese.

Giglio, ritenuto uno degli organizzatori dell'associazione 'ndranghetistica emiliana, in uno dei primi colloqui da pentito racconta delle riunioni del 2012, di cui fu informato da Alfonso Diletto, per i Pm uno dei capi.

Diletto gli disse: «Guarda - ricosruisce Giglio, in un verbale a disposizione delle parti che l'Ansa ha potuto visionare - non è solo per l'interdittiva che ci hanno dato, ma abbiamo la possibilità perché abbiamo fatto un patto con il politico Pagliani che ci darà del lavoro. In cambio noi gli dobbiamo trovare dei voti» e finanziamenti. «Questo - spiega Giglio - era tutto, l'accordo e il patto politico, diciamo, che c'è stato».

«E come è andato poi questo patto? È andato avanti, che lei sappia?», domanda il Pm. Giglio dice di no, spiegando che «non è andato avanti solo perché poi cioè... per tutte le notizie, cioè per il polverone che si era alzato, diciamo, sia di giornalismo e sia per il resto, giustamente, non è andato avanti».

L'imprenditore, per cui i Pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi hanno chiesto una condanna a 20 anni in abbreviato, ha iniziato a collaborare e il primo incontro risale al 9 febbraio. Sempre parlando della riunione, spiega di non esserci andato. Ma ricorda che ci fu «un patto diciamo politico, da una parte promessi voti e finanziamenti, dall'altra promesse diciamo di lavori in regione, provincia e comune» oltre ad «un quieto vivere diciamo per il prefetto, perché il prefetto aveva alzato un pò un polverone» con le interdittive antimafia.

E così nel 2012 «è venuto da me Diletto dicendo che era fissata una riunione» con un politico di cui «non sapevo neanche il nome», dicendo «che ci avrebbe dato una mano perché c'erano state le interdittive». Una mano «a frenare il prefetto», completa più avanti. Per Pagliani, anche lui imputato in abbreviato, la Procura ha chiesto 12 anni per concorso esterno.

Tra le relazioni messe a fuoco nei primi interrogatori con i Pm della Dda di Giuseppe Giglio, l'imputato del processo di 'Ndrangheta 'Aemilià ora collaboratore di giustizia, c'è quella con l'imprenditore edile Augusto Bianchini, per cui è cominciato oggi il dibattimento a Reggio Emilia. Di Bianchini, che Giglio dice di conoscere da oltre 10 anni, il pentito ha ricostruito incontri e rapporti d'affari con figure apicali del gruppo emiliano, come Michele Bolognino o Alfonso Diletto. Rapporti in cui Giglio interveniva, in quanto 'espertò di fatturazioni.

Per Bianchini, mette a verbale, «era importante una cosa, la superfatturazione che lui faceva anche quando l'azienda si trovava di non poter pagare quelle fatture». Una volta, racconta il pentito «mi sono proprio dimenticato l'impegno che avevo preso con lui e poi ci sono andato il giorno dopo, questo me lo rimproverò perché mi disse: 'Guarda Giglio, cioè no... quando tu prendi un impegno su questa cosa devi... perché sai, per prendere i lavori bisogna oliarè proprio così mi disse 'e se non olio non...».

Il Pm allora domanda se a lui questi soldi servivano per pagare tangenti: «Esatto!», risponde Giglio, «ma come un pò per tutti, per le aziende». Un concetto su cui torna dopo, spiegando il meccanismo: «Perché se il lavoro era cento reale, Bianchini magari si è fatto fare centoventi di fatture, centotrenta». Non l'Iva, perché «il Bianchini l'Iva te la lascia. Gli serviva l'imponibile per oliare. Lui chiamava così, cioé bisogna oliare, oliare se no i lavori non arrivano». «Ma lei sa chi?», domanda il Pm. «No - risponde Giglio - nomi non me ne ha mai fatti».