Reggio Emilia, 27 settembre 2017 - Nomi e cognomi. Alleanze e rotture. Geometrie variabili di cui traccia, come dice lui stesso, «una linea retta e poi tante parallele, come Brunelleschi». Un susseguirsi di tragedie e raggiri, che lui sintetizza più volte in ‘Tragiri’. Ne è costellata la storia che racconta. La sua e quella degli altri. Fatti e date, una su tutte: «Nel 1987 a Reggio c’erano già gruppi mafiosi». Sulla ‘ndrangheta il pentito Antonio Valerio sembra essere un’enciclopedia vivente. «In quel periodo c’erano i Lucente, Giuseppe, Salvatore e Mimmo, Giulio Bonaccio, Salvatore Tirotta, poi si legarono Raffaele Dragone, Raffaele Dragone nipote di Totò, Antonio Muto che poi fu ucciso: questo a Reggio era un gruppo forte della locale di Cutro». Dice che c’era anche un altro sottogruppo, «formato da Antonio Fava, Rocco Gualtieri poi divenuto collaboratore, Rosario Sorrentino, Antonio Macrì, Nicola Vasapollo e Antonio Garà».

Sollecitato dal presidente della corte Francesco Caruso, spiega i legami della cosca rispetto alla casa madre di Cutro e il suo grado di autonomia: «Allora era una ‘locale’ di Cutro a Reggio. I figli di Antonio Dragone portarono la ‘ndrangheta a Reggio già dal 1986-1987, quando, così come i Lucente, si staccarono da Cutro e arrivarono qui». Valerio racconta dell’ascesa di Antonio Dragone, che venne a soggiornare a Reggio nel 1982 in seguito a una condanna: «Negli anni Settanta Totò Paolini, Spagnolo di cognome, controllava il traffico delle carni a Cutro, dove comandava. Allora il giovane Dragone, affiancato dai Ciampà, voleva emergere: a Cutro uccise Paolini, poi il nipote Vittorio Colacino, eliminando gli avversari e arrivando a comandare». Dragone viene condannato a trent’anni di carcere, «ma poi esce per un paio d’anni e va ad abitare alla Mucciatella a Quattro Castella, dal padre di Paolo Bellini», quest’ultimo noto killer reggiano. Nel territorio castellese avviene, racconta il pentito, «lo storico summit, un vero e proprio G7 dei capi del Crotonese, tra Dragone, Pasquale Voce, uno dei capi di Isola Capo Rizzuto, pure lui in soggiorno qui, e Antonio Arena, nel corso del quale ccominciarono a strutturarsi. Poi Dragone viene riarrestato, rimane il figlio Salvatore, poi esce anche Raffaele e si delocalizzano tra Correggio, Carpi e Modena: cominciano a staccarsi da Cutro e a fare traffico di droga».

Il giudice Caruso chiede se per staccarsi occorresse un’autorizzazione. «Si sarebbe dovuta chiedere ai Ciampà, che erano al vertice, ma non ne avevano bisogno. Avevano solo fatto presente a San Luca che volevano aprire una locale». Il collaboratore di giustizia spiega che il gruppo era autonomo: «Da metà anni Ottanta diventa Reggio, anche se il ceppo resta Cutro». Ed esemplifica: «Io sono a Reggio da 34 anni ma non posso dirmi reggiano: riderebbero tutti». Prosegue: «I Lucente trafficavano droga a livello importante: nel Modenese si affiancano ai casertani, mentre a Reggio avevano già una base. Poi c’era un gruppo siculo-calabrese con Andrea Gambino che dimorava a Modena ma conosceva Pino di Bartolo, che aveva un ristorante a Rivalta. Poi c’era un Antonio che aveva il ristorante Stranamore in via Bligny, Giacomo Bonomo e Alfio Ponzo».

Il pentito racconta di aver conosciuto «Salvatore Ruggero, di Poviglio e fratello Pino ucciso a Brescello, cresciuti con Vasapollo, Bonaccio, poi si sono associati Bellini e Floro Vito», e di essere rimasto neutrale in mezzo a questi gruppi, nella sua attività, «pur essendo io vicino a Vincenzo e Nicola Vasapollo». Poi precisa che tra le famiglie di Cutro «c’erano anche i Migale, insieme agli Oliverio contrapposti ai Ciampà-Dragone». Cita anche un gruppo reggiano «riconosciuto dai Crea e Iamonte, e rifornito di droga, che includeva Ivano Scianti, Ivan Panigazzi, Giuseppe Lugli, Mauro Baroncini, Graziano Iori, Luigi Vezzali detto Psyco, con cui collaboravo».