Reggio Emilia, 19 agosto 2017 – Sembra un ‘elogio’ nero su bianco nei confronti di un giovane arrestato con l’accusa, a cui è seguita la confessione, di aver violentato un bambino. Un riconoscimento di qualità che gli vale la libertà pressoché totale in attesa del processo. È una decisione destinata a far discutere, perché stride con la sensibilità popolare, quella del giudice Giovanni Ghini. E che sarà al centro di una battaglia legale: il magistrato Maria Rita Pantani ha annunciato che la impugnerà. «Lo straordinario senso di autodisciplina dimostrato dall’indagato, che si è messo da solo agli arresti domiciliari, basta, anche senza la pienissima confessione, a garantire che le esigenze cautelari possano essere soddisfatte con misure diverse dal carcere».

Ecco come motiva il giudice le misure da lui disposte nei confronti di un pakistano richiedente asilo di ventun anni, arrestato dai carabinieri con l’accusa di aver violentato un bambino disabile di tredici anni nella Bassa. Il giovane, Akhtar Nabeel, era stato messo ai domiciliari ed è tornato pressoché del tutto libero ieri dopo l’interrogatorio di garanzia. Il giudice ha deciso «la presentazione, per due volte al giorno, alle 9 e alle 18, nella caserma dei carabinieri e il divieto di avvicinamento a meno di duecento metri al bambino e a qualsiasi luogo da lui frequentato». La caserma del paese, a quanto pare, chiude oltretutto prima dell’orario pomeridiano stabilito dal gip.

Secondo i carabinieri, il ventunenne, che abita nel quartiere dove risiede il bambino, lo aveva avvicinato la sera del 10 luglio e gli aveva proposto di fare un giro in bici. Il piccolo aveva accettato ed era stato inseguito dal ragazzo fino a una zona in campagna dove il tredicenne è stato violentato. Il bambino ha raccontato tutto ai genitori e poi è stato sottoposto ad accertamenti clinici che hanno confermato l’abuso. Padre e madre sono andati a casa del pakistano che ha provato a negare, poi ha confessato rimproverando oltretutto il bambino: «Ti avevo detto di non dire nulla...». Il pm Pantani ha chiesto il 19 luglio il carcere, ma nel frattempo l’indagato ha chiesto scusa alla famiglia. Il 10 agosto il giudice ha disposto i domiciliari, con l’arresto eseguito due giorni dopo per la difficoltà di tradurre in urdu alcuni verbali.

Il pakistano si è presentato in tribunale, assistito dall’avvocato Domenico Noris Bucchi. Per un’ora ha parlato davanti al giudice, ammettendo le proprie responsabilità ma rimarcando che il ragazzino era consenziente. Il pm Pantani ha chiesto il carcere; il legale Bucchi un cumulo di misure meno afflittive. Il ventunenne era ospitato da un connazionale che si è reso indisponibile a proseguire l’ospitalità. Il pakistano risultava residente in un’altra casa dove non può andare vista la presenza di altri minorenni. «Preso atto – scrive il giudice – dell’impossibilità di proseguire con i domiciliari, conviene applicare, fermo restando il divieto di espatrio, un congruo cumulo di misure che possono essere una presentazione particolarmente intensa alla polizia giudiziaria e il divieto di avvicinamento».

Alla luce di questa decisione si profila uno scontro giudiziario: il magistrato Pantani ricorrerà infatti al tribunale del Riesame perché il 21enne vada dietro le sbarre, alla luce del fatto che la violenza è avvenuta su un minore di quattrodici anni, che è stato portato in un luogo isolato e che il pakistano si è oltretutto approfittato della sua condizione di minorata difesa dovuta alla disabilità.

«Poiché i domiciliari non potevano essere applicati, abbiamo chiesto l’applicazione cumulativa di diverse misure. Il giudice ha accolto le nostre richieste: siamo soddisfatti», afferma il legale difensore Domenico Noris Bucchi. «Il giudice ha tenuto conto del suo atteggiamento complessivo di collaborazione spontanea. Ora lo aiuteremo a cercare una sistemazione nella comunità pakistana».

Tuona Roberto Mirabile, presidente dell’associazione antipedofilia ‘La Caramella buona’: «Mi dispiace signor giudice, mi dispiace signora giustizia: non ci siamo proprio. Le vittime si sentono tradite da quella giustizia che rappresenta lo Stato: un bambino abusato, come una donna violata, devono sentirsi tutelati, creduti, accolti fra braccia forti, comprensive, capaci di capire. È scandaloso credere di essere nel giusto applicando a manica larga il codice penale, vietando a chi violenta di incontrare per strada la propria vittima, terrorizzata per sempre. Questi sono abusi di Stato».