Reggio Emilia, 10 ottobre 2017 - «Al ragazzo sono stati tolti dieci anni di vita» dice il suo legale, soddisfatto subito dopo l’assoluzione con formula piena in appello. Prima c’era stata una condanna a quattro anni per stupro, richiesta anche ieri dal sostituto procuratore generale, fermo nelle sue convinzioni. Ma la lettura della sentenza - «perchè il fatto non sussiste» la formula dopo otto ore di dibattimento - è stata un tornare a vivere per l’imputato Francesco Musi, 38 anni, di Canali, figlio di un imprenditore - difeso dall’avvocato Nino Giordano Ruffini - a suo tempo denunciato per violenza sessuale dalla ragazza con cui aveva una storia sentimentale da un po’ di tempo. L’episodio, stando alla denuncia, si doveva essere consumato la notte tra il 31 ottobre e il primo novembre 2007 in un parcheggio. A ritenerlo credibile era stata la corte presieduta da Francesco Caruso quattro anni fa, in primo grado. Dapprima c’erano state due richieste di archiviazione (del sostituto procuratore Valentina Salvi) poi, dopo il rinvio a giudizio, il dibattimento con un confronto all’americana tra la ragazza e il suo ex, al termine del quale ci fu la richiesta di condanna da parte del pm Maria Rita Pantani a sei anni e sei mesi di reclusione. E la pena di quattro anni: ma niente carcere, comunque, in attesa della sentenza definitiva. Ora, il procuratore generale può ancora presentare eventuale ricorso in Cassazione contro l’assoluzione.

Ieri il difensore ha argomentato a lungo per il suo assistito portando in arringa due elementi nuovi. Uno è una sentenza che ha visto condannata la parte civile per percosse alla madre di Musi (fatto del 2008), l’altro una richiesta di archiviazione nel 2012 del pm Salvi (ma non è dato sapere cosa abbia deciso il giudice) per un precedente conoscente della donna il quale era stato da lei denunciato per violenza sessuale: il sostituto, ha ricordato in aula l’avvocato Ruffini, aveva anche aperto un fascicolo per simulazione di reato. Si attendono di qui a 75 giorni le motivazioni. A commento dell’assoluzione, il legale ha detto: «Con l’ampio rispetto che merita questo odioso reato, il caso si segnala perchè molto spesso questo tipo di reato prettamente intimo e privato si presta a strumentalizzazioni illegittime da parte della pretesa vittima. Occorre quindi che vengano svolte accurate indigini e valutata l’attendibilità oggettiva e soggettiva dell’indicata vittima aldilà di ogni ragionevole dubbio, soprattutto quando l’indicata vittima si costituisce parte civile nel processo per richiedere risarcimenti». Contesta la procedura seguita in appello il legale di parte civile, Francesca Corsi, per il fatto che non vi sia stata audizione della parte offesa, al contrario di quanto detto in settembre dalla Cassazione su direttiva europea in caso di dubbio dei giudici: «La prima sentenza era stata scrupolosa - dice - E la condanna per percosse non c’entra nulla con questo processo».