Reggio Emilia, 20 gennaio 2016 – Il caso Brescello, la situazione sicurezza per il processo Aemilia a Reggio, senza scordare l’ordinario lavoro delle interdittive antimafia. È un periodo impegnativo per il prefetto Raffaele Ruberto per quanto riguarda il contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata: la sua funzione amministrativa ha un fondamentale valore preventivo, di argine, caratteristico e differente dal compito delle autorità giudiziarie che, invece, intervengono quando i reati si sono già compiuti.

Prefetto Ruberto, cominciamo dal tema più caldo: Brescello. Con la chiusura dei lavori della commissione d’accesso e il comitato provinciale che si è già svolto ora la parola passa a lei.

«I termini scadono il 24 gennaio. In settimana, quindi, invierò la relazione al ministro dell’Interno su quanto emerso di negativo o di positivo dalla commissione. A quel punto il ministro avrà tempo tre mesi per proporre o meno lo scioglimento del comune al Consiglio dei ministri. Quest’ultimo, senza limiti di tempo, deciderà al riguardo. Se il parere sarà positivo, si procederà con un decreto del Presidente della Repubblica».

Sono emersi elementi per ritenere che ci sia stato un condizionamento?

«Tutto il materiale della commissione è segretato e sull’intera materia non posso riferire nulla in merito al contenuto».

Lei chiederà lo scioglimento?

«In linea generale, il compito del prefetto è quello di evidenziare se ci sono o non ci sono condizionamenti, infiltrazioni. Poi la proposta di scioglimento compete al ministro, non al prefetto».

In caso di dimissioni del sindaco Marcello Coffrini la procedura verrebbe sospesa?

«No. Lo scioglimento ordinario, che avviene in caso di dimissioni, è differente da quello per condizionamento mafioso. Se il sindaco dovesse dimettersi, la procedure andrebbe comunque avanti e porebbe succedere che a un comune già sciolto in via ordinaria arrivi dopo due o tre mesi anche lo scioglimento per condizionamento mafioso. È una procedura che si sovrappone e si sostituisce».

Cosa cambia?

«Molto. Perché il ministro dell’Interno può proporre al tribunale di stabilire l’incandidabilità al primo turno per gli amministratori specificatamente coinvolti nell’infiltrazione. Di solito si tratta del sindaco, ma possono esserci anche assessori e consiglieri. Incandidabilità che non c’è in caso di scioglimento ordinario».

Altro tema caldo è la sede del dibattimento del processo Aemilia a Reggio. Lei affronta questo argomento soprattutto dal punto di vista della sicurezza. Quali sono le maggiori problematiche?

«Si è già svolta una riunione con la partecipazione anche degli esponenti della magistratura, ma si è trattato di un incontro che ha trattato il tema in linea generale visto che non c’era ancora un progetto definito. Ora il presidente del tribunale ha inviato al ministero la proposta per un prefabbricato e quindi giovedì si svolgerà un nuovo incontro del comitato per discutere in modo più approfondito».

Fronte su cui la prefettura reggiana è sempre stata in prima linea è quello delle interdittive antimafia. Nel suo saluto di fine anno ha detto di averne già emesse 18, conservando e, anzi, incrementando la media del suo predecessore, Antonella De Miro.

«Se torniamo indietro al 2010 sono stati emessi 86 provvedimenti in tutto, se io ne ho fatte 18, vuol dire che la De Miro ne ha fatte 68 in quattro anni, con una media di 17 l’anno. Questo ultimo periodo, però, è caratterizzato da dinamiche un po’ diverse: mentre nel primo periodo si lavorava con l’accetta adesso bisogna lavorare col fioretto».

Cioè?

«Abbiamo la sensazione che le organizzazioni malavitose abbiano innalzato il livello di raffinatezza della loro infiltrazione: le compagini societarie sono più articolate, meno individuabili di come erano all’inizio. Si sono verificati tentativi di sostituzioni fittizie di alcuni soggetti più compromessi».

Come avviene questa interposizione?

«Non soltanto nel modo semplice che uno può aspettarsi con la sostituzione di un amministratore. Avviene anche nella creazione di nuovi soggetti imprenditoriali con persone che talvolta risultano poco più che prestanome e dietro i quali operano in realtà personaggi legati a ditte interdette. Si è già verificato qualche caso in cui abbiamo smascherato questo tentativo, neanche tanto maldestro».

Come fate a smascherare questi tentativi più raffinati di bypassare i controlli antimafia?

«Con accertamenti più articolati, più impegnativi, tant’è che le nostre intedittive riportano in alcuni casi diagrammi che raffigurano i collegamenti tra società, che a volte assomigliano a scatole cinesi. Poi stiamo utilizzando anche lo strumento dell’accesso nelle ditte: non nei cantieri, ma nelle sedi legali per verifiche di carattere fiscale e dei libri contabili. Ed è utile perché emergono ulteriori particolari che aiutano a decodificare passaggi societarie e rapporti economici».

Qualche esempio?

«C’è stato un caso di interposizione fittizia di una ditta che in realtà esisteva solo sulla carta, senza una reale operatività, perché l’operatività era di una ditta interdetta: l’abbiamo individuata grazie a questo nuovo strumento di verifica. Sono molto soddisfatto del lavoro delle forze dell’ordine, perché è veramente di grande qualità».