Reggio Emilia, 20 ottobre 2017 - E' finito nei guai Andrea Capelli, capogruppo del Pd in consiglio comunale, per alcune firme ritenute false dalla procura che sarebbero servite per presentare la lista democratica alle elezioni regionali del 2014. Tra le varie sigle contestate ci sarebbe anche quella di un uomo che all’epoca dei fatti risultava già morto.

Andrea Capelli (difeso dagli avvocati Nicola Tria e Giulio Cesare Bonazzi), Ramona Nadia Cretulescu (romena di 36 anni, difesa dagli avvocati Claudio e Annalisa Bassi) e Rita Manfredi (assistita dall’avvocato Marilisa Marzio del foro di Modena e Federico De Belvis), in concorso tra loro, sono stati rinviati a giudizio ieri dal giudice Alessandra Cardarelli per il reato di «falsità materiale e ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici». Sotto la lente della procura ci sarebbero almeno 21 firme tra «false», siglate in altro contesto e quella della persona deceduta. I fatti risalgono al 24 ottobre 2014.

Secondo la magistratura (il pm Claudio Santangelo ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio, il pm Maria Rita Pantani ieri in aula) i tre «in concorso tra loro, contribuendo alla formazione dell’elenco numero 6 dei sottoscrittori della lista circoscrizionale ‘Centro Democratico’ presentatasi alle elezioni regionali dell’Emilia Romagna del 23 novembre 2014, ed agendo Capelli quale pubblico ufficiale, nell’esercizio delle sue funzioni, attestavano falsamente come apposte alla presenza del Capelli ed autentiche le firme» di 21 persone. Quelle di 9 persone «erano state vergate in altre circostanze», 11 quelle «in realtà non autentiche», infine c’era quella di una persona deceduta.

Tutto nasce dai controlli effettuati dall’ufficio centrale circoscrizionale sulle liste presentate. Lì sarebbe emersa la presenza di numerose doppie firme e anche quella della persona deceduta. Da lì sarebbe partito l’esposto penale. Alcune delle persone coinvolte, poi, avrebbero dichiarato agli inquirenti di non aver mai apposto quelle firme.

Ieri in aula gli avvocati difensori avevano avanzato la richiesta di rito abbreviato (con sconto di un terzo della pena) condizionato all’audizione di Matteo Riva e di Lanfranco De Franco. Perché, secondo le difese, gli imputati «si erano fidati dato che la prassi era questa». In pratica – secondo quanto emerso in aula – sarebbe stata data loro una mazzetta di firme già apposte, semplicemente da autenticare. Il giudice Cardarelli però ha rigettato la richiesta, accogliendo l’opposizione dell’accusa. Ora i tre attivisti dem sono stati rinviati a giudizio e si dovranno difendere a dibattimento. Il processo comincerà a marzo.

b. s.