Il pubblicitario di 36 anni che insieme a Francesca Brandoli è imputato dell'omicidio di Christian Cavaletti, scrive dal carcere al 'Carlino': "Non c’è niente che attesti che io sia l’autore materiale del delitto".
Reggio Emilia, 16 luglio 2008. La lettera ci è giunta ieri in redazione. Poco prima di essere trasferito nel carcere di Aosta, sei giorni fa, Davide Ravarelli ha scritto al nostro giornale dalla cella della «Pulce» di via Settembrini dov’è detenuto in attesa di giudizio per gridare la sua innocenza e per spiegare che non ha alcuna intenzione di accusare Francesca Brandoli dell’omicidio di Christian Cavaletti a Reggiolo: non sarà un nuovo caso Bebawi, ha avvertito, alludendo al famoso caso giudiziario romano degli anni Sessanta in cui due coniugi egiziani si accusarono a vicenda del delitto dell’amante di lei venendo entrambi assolti in primo grado e condannati in appello quando erano già fuggiti al Cairo.
Il pubblicitario milanese di 36 anni, al pari della ex compagna imputato di omicidio premeditato, preannuncia nella lettera al «Carlino»: «Forse a settembre farò delle dichiarazioni spontanee per precisare alcuni aspetti in modo da chiarire meglio la mia posizione di innocente che a oggi risulta ancora dubbiosa». Ha certamente dei validi motivi, Ravarelli, per definire «dubbiosa» la sua posizione di innocente, visto che più volte durante il suo interrogatorio in aula - era la prima volta che parlava dopo un anno e mezzo di carcere, all’inizio si era avvalso della facoltà di non rispondere - il presidente della corte d’assise ha manifestato forti perplessità di fronte alle giustificazioni di Ravarelli su due aspetti centrali della vicenda: il comportamento da lui tenuto mentre la Brandoli era a Reggiolo la sera del 30 novembre 2006 (Ravarelli dice di essere rimasto nella casa appena presa in affitto a Modena); e il senso e le parole di un’intercettazione ambientale compiuta dai carabinieri sull’auto noleggiata da Ravarelli e dalla Brandoli, nel corso della quale lui dice rispondendo a una domanda di lei: «Abbiamo scavalcato coi guanti sporchi di sangue». Ed è su questi delicati argomenti che Ravarelli si sofferma nella lettera al Carlino.
«Gentile Giornalista» si rivolge così Ravarelli al cronista che ha seguito il processo. Poi scrive: «Vorrei subito precisare che io non accuso nessuno. Il mio scatto che forse lei ha visto è stato dettato più che altro da una profonda delusione nei cofronti di una donna che credevo mi amasse». Ravarelli si riferisce al battibecco con la Brandoli nell’ultima udienza: la sua (ex) donna è tornata ad accusarlo e a sollecitarlo a confessare. «Sei stato tu» gli ha detto e lui ha ribattuto: «No, tu» puntandole il dito spazientito, tamburellando poi le mani sul tavolo. «Niente a che vedere con il caso ‘Bebawi’», scrive il pubblicitario, negando con forza questa interpretazione di un possibile sviluppo del processo in corso.
«Se Lei ha avuto modo di seguire il mio processo - sostiene Ravarelli - si renderà conto che mi vogliono condannare sulla base di niente. Le giuro non avevo nessun motivo di uccidere Cavaletti, e nonostante non c’è niente che attesti al di là di ogni ragionevole dubbio che io sia l’autore materiale mi vogliono dare 30 anni». Dopo essersi visto accusare dal pubblico ministero Valentina Salvi - che ha coordinato l’inchiesta giungendo alla richiesta (ottenuta) di rinvio a giudizio, il mese scorso anche la Brandoli - ricordiamo - si è messa a dare la colpa a Ravarelli, sostenendo che lo odiava e che già venti giorni prima il compagno aveva minacciato di morte il suo ex marito.
Ma Ravarelli ribatte nella lettera: «Non sono io che devo rispondere alla domanda: se non è stato Ravarelli chi è stato? Io so solo che mi stanno portando via la mia vita, che stanno uccidendo una seconda persona. Mi hanno strappato dalle mani mio figlio, che non ho mai visto, mi trattano peggio di un mafioso. Anzi loro addirittura escono e noi poveri cittadini paghiamo uno scotto di una legge che funziona male. Oggi tocca a me, domani può accadere a un altro. L’unica mia colpa, se si può definire così, essermi innamorato di una donna in fase di separazione. Si rende conto che in Italia uno deve spendere molti soldi per dimostrare la sua innocenza quando per il codice penale è l’accusa che deve dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza! E’ o non è uno scandalo?» dopodichè Ravarelli tocca il tasto dolente delle intercettazioni. «Dato che avete pubblicato la famosa frase ‘abbiamo scalvacato’, io le riporto ciò che scrissero gli uomini della Pg: ‘Ravarelli e Brandoli commentano (la parola è sottolineata) una fotografia che è stata pubblicata su un quotidiano» (raffigurante un carabiniere della stazione di Guastalla, posizionato sopra il muro di cinta). Quindi come ho sempre sostenuto, io stavo commentando l’articolo, facendo una semplice supposizione di ciò che i carabinieri pensassero di me e Francesca». Fanile, su questo punto, aveva commentato: «La frase spontanea che viene è ‘Hanno’ (scavalcato, ndr), non abbiamo».
Ravarelli conclude disperato la lettera così: «Pubblichi la prego anche cose che mi danno ragione. Che la verità la si conosca tutta, e non solo quello che fa comodo al pm o a voi giornalisti. Confido nella sua umanità e trasparenza». E in un post-scriptum: «Mi stanno torturando psicologicamente, sono distrutto e non ha idea di quanto dolore ho nel cuore. Se vuole può contattare anche mio padre, che le saprà dire che tipo di persona sono».
di MIKE SCULLIN
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