Al giudizio severo del segretario dei Comunisti italiani, poi parzialmente rettificato, ha risposto il presidente dei consorzi Giorgio Giannotti: "Il nostro collegio era ideale per prendere consensi ma non per apprezzarne i prodotti?"
Reggio Emilia, 23 luglio 2008 - Il Consorzio del Lambrusco replica all'affermazione di Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani. Al termine di un pranzo congressuale a Salsomaggiore aveva affermato "Il lambrusco fa schifo". Poi si era accorto della gaffe e aveva in parte corretto il tiro: "E' buono ma è meglio il Cannonau". Oggi il Consorzio non gliel'ha fatta passare liscia: "Il nostro collegio andava bene per prenderne i voti per andare in Parlamento, ma non per apprezzarne i prodotti?".
E' dai tempi di Camillo Prampolini che il Lambrusco intreccia le strade del socialismo prima e del comunismo poi. Dai racconti popolari sulle vecchie osterie reggiane, dove Prampolini riuniva i suoi, a veri e propri omaggi ai leader storici della tradizione marxista-leninista: la rara e vecchia bottiglia 'Rosso Lenin' e la più nuova e controversa di 'Rosso Stalin'. Pure Peppone e don Camillo ora si trovano su un'etichetta di una bottiglia di rosso frizzante. Insomma, l'affondo del segretario del Pdci Oliviero Diliberto (eletto a Reggio Emilia nella XIII e XIV legislatura) contro il vino operaio per eccellenza non poteva rimanere impunito. E nemmeno passare inosservato: troppo vicino alla zona di produzione per poter dire, al termine di un pranzo congressuale (a Salsomaggiore Terme, nel parmense) di una forza che si richiama al comunismo con tanto di falce e martello nel simbolo, "il Lambrusco fa schifo".
Infatti la risposta non si fa attendere: "Il nostro collegio andava bene per prenderne i voti per andare in Parlamento, ma non per apprezzarne i prodotti?", si chiede il presidente dei due Consorzi per la tutela e la promozione dei vini reggiani, Giorgio Gianotti. "Guardando a quella frase viene da pensare che siano cambiati anche i tempi per il comunismo". E dire che a lungo si è mitizzato del Lambrusco come prodotto operaio - sospira il presidente - vuoi per la sua nascita in Emilia, vuoi per la sua popolare diffusione, agli albori, nei ceti più poveri". Si vede che, "lasciata la base, ora si mira a nuovi status symbol, che di vero e genuino hanno ben poco".
Comunque, che piaccia a Diliberto o meno, il Lambrusco mantiene il suo giro d'affari, in Italia e all'estero (rimane uno dei vini italiani più esportati al mondo). "Le proprietà del Lambrusco e la sua diffusione nelle feste di partito - gli fa eco Gianmatteo Pesenti, direttore dei due Consorzi che associano tutte le cantine sociali, gli imbottigliatori e le aziende agricole maggiori, per un volume di affari di 300 milioni di euro l'anno - sono storicamente decantanti dalla sinistra italiana". "Nel 2007- spiega il direttore - a Reggio sono stati prodotti 1,45 milioni di quintali d'uva: 320 mila da vitigni per il doc, 819 mila igt Emilia e 300 mila di uva da tavola comune". Anche la produzione del 2008 "si preannuncia buona, con un calo, però, della quantità vendemmiata che stimiamo del 15%". Diminuzione dovuta a fattori climatici e all'andamento dell'economia italiana.
I produttori, dice Gianotti, lamentano "il prezzo non remunerativo dei costi di produzione. Ci mancava anche la propaganda negativa della politica contro il vino più esportato al mondo e più copiato". Al punto che per "stoppare le frodi in Argentina, Brasile, Spagna" assieme al Consorzio marchio storico del Lambrusco di Modena, "abbiamo depositato in dodici paesi più importanti nel mondo il marchio 'Lambrusco' per difenderci dalle copiature".
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