Di Robert Fultz se n’è iniziato a parlare quando aveva 16 anni. Talento precoce, scuola Fortitudo, il nuovo playmaker della Trenkwalder ha esordito in serie A a 18 anni e a 22 in Nazionale
Reggio Emilia, 4 settembre 2008 - Di Robert Fultz se n’è iniziato a parlare quando aveva 16 anni. Talento precoce, scuola Fortitudo, il nuovo playmaker della Trenkwalder ha esordito in serie A a 18 anni e a 22 in Nazionale. Poi? Poi qualche infortunio di troppo, qualche contesto sbagliato e Fultz non è riuscito ad essere il protagonista che tutti si aspettavano. Ora c’è Reggio e c’è Marcelletti che lo ha voluto, cercato e ottenuto, per metterlo così al timone biancorosso.
Fultz, come sta la caviglia?
«Bene. Ho avuto una piccola distorsione nell’amichevole con Pavia e sono stato fermo precauzionalmente qualche giorno, in vista anche del ritiro a Castelnovo: niente di serio».
Com’è l’ambiente?
«Molto positive, il gruppo è già unito, c’è armonia. Tanti ragazzi li conosco sin dalle giovanili (Infante, Carra, Masoni, ndr) altri invece li ho conosciuti giocandoci contro».
Ci tolga una curiosità: come mai è nato in Portogallo?
«Semplice: mio padre (John Fultz, grande tiratore visto anche in maglia Virtus, ndr) a quei tempi giocava al Benfica, tra le tante tappe, ci siamo fermati anche lì».
Ha rescisso un contratto con Pesaro per scendere in Legadue con la Trenkwalder: Reggio è forse l’ultimo treno per esaudire le grandi aspettative che ci sono sempre state sul suo conto?
«Beh, sicuramente è stata una scelta importante, non facile, ma dovuta al fatto che mi ero stancato di fare la riserva di giocatori americani. Ho preferito scendere di categoria, ma essere titolare».
Cosa vuole Marcelletti dal suo playmaker?
«Di dettare i ritmi, di essere aggressivo in difesa e soprattutto di coinvolgere i compagni, di farli stare tranquilli che ognuno di loro avrà i propri tiri».
Lei, Carra e Young in campo a formare un trietto di “piccole pesti”, soluzione plausibile?
«Mah, credo di si. Il coach ha detto anche a Smith che giocherà spesso da 4 tattico, in Legadue è un’opzione che potremo avere a disposizione, soprattutto contro squadre non altissime».
Lei che osserva dalla cabina di regia ci dica: che squadra sarà la Trenkwalder?
«Una squadra che vuole correre, che vuole alzare il ritmo, con esterni molto forti che dovranno però essere bravi a variare il gioco dando anche palla dentro. A tal proposito dispiace non essersi ancora potuti allenare con i nostri lunghi Heinrich, Melli e Infante».
Nel 2004 eravamo d’argento ad Atene, ora perdiamo partite decisive con Ungheria e Bulgaria: cosa succede al basket italiano?
«Che le regole che ci sono in A sono sbagliate e non aiutano a preparare i nostri giovani. Le società preferiscono ingaggiare 4 americani di medio-basso livello, piuttosto che puntare su un italiano. Calando lo spazio a nostra disposizione, cala il livello degli italiani. Spagna e Grecia sono state brave a gestire i loro nazionali e ora stanno raccogliendo i risultati»..
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