Cesare Berlingeri è sparito da sei giorni. Li detenuto era stato condannato per un delitto del 1990 a Reggio Emilia. La moglie: "Non so dove sia"
E’ SPARITO nel nulla. In semilibertà, doveva rientrare in carcere la sera dopo la giornata di lavoro e invece non si è presentato al portone d’ingresso della Dozza, a Bologna. A ieri erano già passati cinque giorni: di fatto, un’evasione, sempre che non gli sia successo qualcosa di grave. Protagonista, un’antica conoscenza della cronaca nera: Cesare Berlingeri, 53 anni, calabrese, condannato a 24 anni a Reggio Emilia per l’omicidio di Alfonso Muto, cinque colpi al volto esplosi da una pistola calibro 7,65 nell’abitacolo di una «Mercedes 200 E» nel 1990 a Codemondo. Un delitto del quale non si è mai scoperto il movente, e che Berlingeri ha sempre negato di aver commesso. Tra indulto e sconti per buona condotta gli mancava davvero poco per finire la pena. E invece, non rientrando alle 22 in carcere come da regolamento, si mette nei guai. «Non le so dire niente» le poche parole della moglie, rintracciata ieri al telefono.
CESARE Berlingeri, sposato, quattro figli, all’epoca del delitto abitava con la famiglia a Rivalta. Faceva lavori saltuari: rottamaio, venditore ambulante di arance col furgoncino Ape. Era stato assolto dall’accusa di accoltellamento a una Festa dell’Unità nel 1985. L’omicidio di Alfonso Muto, 33 anni, muratore cutrese abitante a Santa Croce, avvenne poco dopo l’una di notte del 12 dicembre. Secondo l’accusa, Muto e Berlingeri erano usciti assieme da un bar di Rosta Nuova. Berlingeri sarebbe salito sull’auto con Muto e nei pressi di Codemondo gli avrebbe sparato. Una perizia svelò un particolare importante: una particella di piombo-antimonio-bario, considerata «derivante dalla esplosione di colpo o colpi d’arma da fuoco», era stata trovata sulla mano sinistra di Cesare Berlingeri. I difensori, Galileo Conti e Mario Secondo Ugolini, facero osservare che se avesse sparato dall’interno dell’auto, il loro assistito avrebbe dovuto avere i vestiti sporchi di sangue, mentre erano puliti. La corte però condannò, sentenza confermata dalla Cassazione nel 1993. Berlingeri gridò sempre la sua innocenza: «Ho rubato, è vero, ma non sono un assassino — disse una volta in aula — Non ho ucciso. L’unica mia colpa è quella di aver bevuto un whisky con Muto».
Mike Scullin
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