Per dieci anni ha detto di chiamarsi Flavia Quarà. Per anni ha goduto dello status di italiana, quindi comunitaria, quindi con tutte le agevolazioni che ne conseguono. Peccato che lei si chiami Laura Iris Imbert Oliveira
Reggio Emilia, 25 settembre 2008 - Per dieci anni ha detto di chiamarsi Flavia Quarà. Per 10 anni ha goduto dello status di italiana, quindi comunitaria, quindi con tutte le agevolazioni che ne conseguono. Peccato che lei in realtà si chiama (così dice, visto che non ha documenti) Laura Iris Imbert Oliveira, uruguaiana nata a Montevideo il 7 luglio del 1976 (nella foto tonda). Una bella ragazza che deve aver intercettato, una decina di anni fa, i documenti smarriti da una connazionale, ma veramente italiana, residente a Malaga in Spagna. Con piglio sicuro, pur abitando a Milano, la finta Flavia si è recata a Reggio diversi anni fa per il rilascio di carta d’identità e passaporto dicendo di chiamarsi con la finta generalità e di aver perduto i documenti. Et voilà:facile diventare italiani...
I documenti, però, scadono. E così la finta italiana ritorna a Reggio per il rinnovo. Ad agosto. I documenti, però, vengono girati alla Mobile e, pian piano, emerge la verità. La prova finale del furto avviene quando il console italiano in Spagna, con la vera Flavia davanti, dice che quest’ultima mai e poi mai era stata in Italia dalla sua nascita e che quindi mai aveva chiesto il rinnovo di documenti perduti e denunciati diversi anni fa. Non solo: gli agenti scoprono anche che sulla finta Flavia le procure di Milano e Padova hanno compiuto indagini per sfruttamento della prostituzione. Il cerchio si chiude e la menzogna viene a galla.
Gli agenti della Mobile la fanno chiamare dall’ufficio passaporti, lei si presenta tranquilla in questura a Reggio e al posto del documento trova due bracciali di acciaio ai polsi. Al momento dell’arresto ha rifiutato di declinare le proprie generalità e ieri, in tribunale, si è svolto il procedimento per direttissima nei suoi confronti per sostituzione di persona e false attestazioni a pubblico ufficiale. Difesa dall’avvocato Antonio D’Amelio di Milano ha detto il suo vero nome, ha chiesto scusa e ha anche detto che «il mio lavoro è la dama di compagnia». Pena di un anno con la condizionale. Finito l’iter burocratico, con relativo provvedimento di espulsione, sarà ripartita per Milano. Il lavoro attende.
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