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VIAGGIO NEL DISTRETTO DEI MIRACOLI

Fiducia nella ripresa, la lezione di Cavriago

Il caso di un paese che ospita alcune delle aziende di punta del capitalismo familiare italiano. Boom della 'Landi Renzo'. Csm, prima matricola dell’anno

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Piccola media impresa (foto Cardini) Reggio Emilia, 3 gennaio 2009 - La crisi strangola l’economia, e lui apre una nuova filiale in Polonia. La Borsa sprofonda in un tunnel nero pece, e lui prende una delle sue società di punta e la quota a Piazza Affari. Matricola dell’anno e prima società a varcare i cancelli del mercato italiano — al Mercato alternativo dei capitali, il Mac — dopo 6 mesi in cui nessuno aveva osato farlo. «Nonostante il momento sia particolare, la riuscita di questa operazione è significativa», commenta flemmatico Remo Predieri, presidente e fondatore del Gruppo Predieri, l’imprenditore emiliano che ha spezzato il tabù della Borsa Italiana e si è affacciato da ieri sul listino con la Csm spa (Centro servizi metalli), azienda leader nel taglio al plasma e meccanico dell’acciaio Inox. Azienda «piccola» ma solida, tipico esempio del capitalismo familiare reggiano: un fatturato di 25,6 milioni nel 2007, con un Ebitda di circa 3 milioni di euro ed un utile netto di 1,7 milioni di euro. Non una locomotiva, ma basti dire che le previsioni per il 2008 sono positive nonostante la tempesta economica: «Dovrebbe chiudersi con un +15% di crescita del fatturato», assicura l’azienda.

 

Un messaggio positivo che arriva da Cavriago, paesone di 9mila abitanti alle porte di Reggio che ospita — in un quartiere industriale invidiato da mezza Europa — alcune delle aziende di punta del capitalismo familiare italiano. Proprio qui il Centro servizi metalli lavora 2.500 tonnellate di metallo all’anno. Multinazionali di provincia che sembrano possedere gli anticorpi contro la tempesta perfetta.
«La quotazione è un’operazione importante di cui siamo particolarmente soddisfatti», pare sospirare Predieri, che oltre alla Csm è alla guida di un gruppo nato a metà degli anni Sessanta e che all’inizio si occupa solo di commercializzare metalli non ferrosi semilavorati. Dal commercio, l’azienda si è spostata alla lavorazione dei metalli, è cresciuta e si è articolata come una holding con diverse società dedicate a tipi diversi di lavorazione. Una crescita lenta ma senza sosta, legata alla capacità di indovinare le richieste dei mercati, così come detta la regola aurea del capitalismo emiliano, più che agli azzardi finanziari. Anche ora lo sbarco in Borsa è ponderato per crescere: consiste in un aumento di capitale del controvalore di circa 7,7 milioni di euro integralmente sottoscritto da investitori istituzionali. Una parte rilevante del collocamento è stata sottoscritta da Medinvest International SCA, holding di partecipazioni rivolta alla media impresa. «Il ricavato del collocamento servirà a finanziare il piano di espansione della società in Italia e all’estero», spiega la società cavriaghese.

 

Sarà un caso ma a poche centinaia di metri dalla sede della società Predieri si alzano i palazzi della «Landi Renzo», stella della Borsa italiana 2008. Stessa aria, stesso quartiere, stesse basi ideali: innovazione, crescita basta sui prodotti, cervelli in Italia ma prodotti che conquistano i mercati esteri. Landi è diventato sinonimo di motori gpl, metano e ora anche a idrogeno. Come dire: il futuro dei trasporti privati. «Abbiamo ottenuto un risultato davvero molto buono», sottolinea soddisfatto Stefano Landi, amministratore delegato della società nonché presidente della Pallacanestro Reggiana. La Landi Renzo ha chiuso l’anno borsistico 2008 segnando un clamoroso più 45,58. «All’inizio del 2008 c’erano diversi motivi per essere fiduciosi. Prima di tutto eravamo certi che nel tempo il mercato avrebbe scoperto e valorizzato di più e meglio il nostro titolo. Il settore in cui operiamo non poteva non suscitare l’interesse crescente della Borsa, al di là delle oscillazioni del prezzo del petrolio. Certamente essere la maglia rosa di Piazza Affari è una bella soddisfazione». 

  • 03/01/2009 10:02
    gabriele
    in polonia mica bischero, e' cosi che si fa' pensare al proprio lesso altro che fratellanza italica, stipendi da 100 euri mensili,gente del posto,stabilimenti che te' li tirano dietro for free,prodotto finito come in italia,ma perche' questo signore ripeto non bischero fa' cosi,non gli ha sentiti gli appelli del vostro democratico governo,appelli totalmente rassicuranti,perche' andare in polonia poi con tutti i bisognosi che ci sono in italia,siete o non siete fratelli?quindi non trasferite una nuova filiale in polonia,state vicini da fratelli non fate caso a i quadrino,essere fratelli e' piu' importante dei soldoni,volemosi bene,alla romana grande frase di un grande papa con la testa davvero sulle spalle,sicuramente unico fino alla fine,grande uomo .auguri
  • 04/01/2009 11:39
    lorenzo primo
    evidentemente la crisi che investe il mondo industrializzato, risparmia delle nicchie di produzione in cui imprenditori avveduti e capaci riescono ad emergere proprio grazie alle loro qualità. è nei confronti di costoro che tutte le forze sociali, in primis i sindacati, dovrebbero tenere un atteggiamento di incoraggiamento e sostegno e citandoli ad esempio...se un un individuo nato imprenditorialmente in italia decide di espatriare con le proprie industrie ci sarà una motivazione di fondo. su questa motivazione si debbono interrogare tutti gli attori della vita sociale ed economica, e qualcuno, se sarà sincero con sè stesso, dovrà ammettre di avere delle responsabilità...l'antico proverbio che rammentava che in tutte le circostanze "il troppo storpia" veniva tradotto da un mio antico professore di matematica in: luciore + luciore = buiore.
  • 04/01/2009 12:01
    Giuliano
    Giusto, ma dico io nessuno dei ns/ governanti (DI TUTTI I PARTITI) s'è posto il problema perchè i ns/ imprenditori scappano all'estero? Guardate che oltre ai loro affari scappano anche i ns/ soldini e.... mentre qui'tutti gridano all'impoverimento della nazione, la ns/ economia s'indebolisce sempre di più!!! Le manifatture in Italia erano un vanto, ora languono. Serve detassare il lavoro e togliere onorevoli dal parlamento e quelli in giro x l'Italia capaci solo di chiaccherare e farsi vedere in TV. Servono FATTI non parole, altrimenti andando avanti cosi' il popolo (quello che produce) cambierà paese un pò alla volta e qui resteranno solo i poveri e gli immigrati assisititi da chi? Ma dal Vaticano che alla fine ci salverà tutti!!!
  • 05/01/2009 09:40
    Madrid
    Giuliano, i nostri imprenditori (come quelli di tutto il mondo occidentale) scappano all'estero perché negli ultimi trent'anno si è avuto la bella idea di liberalizzare il mercato dei capitali e quello delle merci. Si chiama liberalismo economico (una delle forme della globalizzazione), ed ha creto molta miseria sia in occidente sia nei paesi in via di sviluppo. Detassare il lavoro non servirebbe a niente se non ad eliminare risorse e servizi sociali: il lavoro in Polonia resterebbe più a buon mercato che non in Italia. Bisogna, invece, ripensare il modello di sviluppo neoliberale che si è rivelato un fallimento. Ma su questo i nostri governanti fanno orecchio da mercante (in tutti i sensi). Una osservazione: ha notato come il capitalismo familiare italiano, tanto dinamico e tanto produttivo, si sia sviluppato soprattutto nelle regioni "rosse", quelle governate per quarant'anni dai comunisti?
  • 05/01/2009 10:58
    lorenzo primo
    gen.le giuliano, voglio essere più esplicito nel mio commento: è vero che tutta la classe politica ha delle responsabilità di fronte a questo problema, ma le maggiori colpe di ciò che avviene sono a carico del sindacato e soprattutto della c.g.i.l. (lo dico per esperienza personale) che invece di considerare l'imprenditore l'interlocutore col quale dialogare per costruire un rapporto equilibrato tra impresa e forza lavoro, lo ha sempre individuato come nemico da combattere inquanto sfruttatore del lavoratore...ricordo gli anni settanta quando la classe imprenditoriale veniva chiamata spregevolmente "padronato" e contro di lui si sctenavano le ire di lama, benvenuto, bertinotti, del turco ecc. purtroppo quella cultura è ancora radicata tra i lavoratori e allora vediamo che i della valle portano le fabbriche in cina (fregandosene dei diritti umani), la fiat va in polonia, la piaggio va in india...tutti paesi dove il sindacato non esiste o svolge un ruolo di rappresentanza e tutela.
  • 05/01/2009 13:47
    Madrid
    lorenzo primo, insomma, per guadagnare qualche soldino in più gli imprenditori distruggono posti di lavoro nel loro paese (salvo poi dichiararsi dei grandi patrioti) e aprono le fabbriche in paesi in cui il lavoro è sfruttato e non garantito, in cui gli incidenti sul lavoro sono una cosa all'ordine del giorno e alle vittime non si paga neanche la malattia. E poi si chiede perché il sindacato non vedeva in questa gente degli interlocutori credibili? Guardi, il sindacato ha fatto molti sbagli, però se in Italia le condizioni di lavoro sono un po' migliori che non in Cina si deve anche (forse soprattutto) al sindacato.
  • 05/01/2009 18:23
    soldier of fortune
    la delocalizzazione è una delle tante conseguenze della globalizzazione la quale permette a pochi di arricchirsi spaventosamente e manda in miseria tantissimi altri,ma io non credo che il capitalismo abbia fallito,anzi io penso che tutto proceda secondo i piani di chi controlla il pianeta.gente come i rothschild,rockfeller,morgan,warburg,stimson ecc.queste persone hanno il potere di impoverire qualsiasi area del pianeta,architettando crisi economiche,facendo crollare la valuta o sottraendo il denaro circolante per creare crisi di liquidità devastando l'economia reale.ciò è avvenuto in argentina,nel sud-est asiatico e in moltri altri paesi,con l'appoggio di personaggi che si curano di fare eleggere.il loro scopo è privatizzare,conquistare,distruggere ricchezze per crearne altre.distruggere e ricostruire per il capitalismo è una esigenza vitale.
  • 07/01/2009 21:10
    Amelia censurata ma di brutto!
    Non c'entra niente, ma posso darvi un consiglio? State attenti alle spese. Il fabbisogno dello stato è raddoppiato dal 2006. Le vostre pensioni sono a rischio, e se continua così anche il vostro riscaldamento. Oppure, se volete, credete a Pierluigi Visci che dice: "Una crisi, come dimostrano i dati dei consumi di fine anno, che appare più di fiducia, di paura del futuro, che reale." Peccato che i dati delle vendite siano quelli diramati dalle associazioni dei commercianti, e non da quelle dei consumatori; insomma come chiedere all' oste se il vino è buono.
  • 08/01/2009 20:41
    soldier of fortune
    brava amelia! io ho molta stima per p.visci,come anche per gli altri bravi giornalisti del r.d.carlino.ma molti di loro(spero non me ne vogliano) secondo me non capiscono l'economia,come del resto i loro colleghi di altre testate nazionali(basta sentire le boiate che spara feltri in proposito).alberto mazzuca(sempre del carlino)invece mi sembra o.k..mi dispiace inoltre che non facciano più intervistare dalla comelli il grande economista ex premio nobel paul samuelson,lui si che è un grande maestro.
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