L’intervista a Luisa Galantino che ricorda il collega assassinato
Reggio Emilia, 5 febbraio 2012 - MARCO Biagi. Come era e come è nei ricordi di chi ha condiviso con lui il lavoro quotidiano all’università di Modena e Reggio. Nel caso specifico in quelli di Luisa Galantino, docente di Giurisprudenza a Modena dove ha conosciuto il docente bolognese, freddato nelle vie dell’antico ghetto felsineo nel marzo del 2002.
«ANCHE se — afferma Luisa Galantino — io non ho lavorato in collaborazione con Marco Biagi. Eravamo nella stessa università, ma io afferisco a Giurisprudenza, lui a Economia».
Come lo ricorda?
«Come un giurista molto appassionato nella proposta di riforme».
Quale l’atmosfera all’interno dell’Ateneo di Modena e Reggio in quei giorni?
«Non c’era la percezione di una situazione particolarmente grave. Tutti noi docenti universitari ci consideravamo dei tecnici e in quanto tali non credevamo ci fossero attenzioni o avversioni particolari nei nostri confronti. Forse Marco si sentiva nel mirino, dato che successivamente alla sua morte sono emerse alcune testimonianze che hanno dato l’impressione che subisse minacce. E’ anche vero che c’era il precedente di Massimo D’Antona (ucciso dalla brigate rosse a Roma nel maggio del 1999 ndr). Dopo il suo assassino a noi componenti della Commisione di garanzia diedero la scorta, così come anche dopo il delitto Biagi.
Nonostante ciò non vi sentivate nell’occhio del ciclone?
«Non c’era percezione di una situazione particolarmente grave. Ci consideravamo tecnici al servizio delle istituzioni».
Come reputa il pensiero di Biagi?
«Molto innovativo. Come tutte le novità ha sollevato delle reazioni che lui stesso non si aspettava».
Quale il nucleo più problematico?
«L’idea di modificare le garanzie offerte dal diritto del lavoro, tradizionalmente legate alla tutela del posto di lavoro, a favore della tutela dell’attività di lavoro».
Queste idee hanno trovato applicazione?
«Molte registrano ancora difficoltà e resistenze; altre hanno trovato applicazione, come quelle di un maggior raccordo scuola-lavoro, dell’importanza della formazione, della possibilità per la contrattazione aziendale di derogare anche in senso peggiorativo alla legge e alla contrattazione nazionale, come ha stabilito il discusso articolo 8 della legge 148 del 2011. Certo ci sono ancora problemi da risolvere, ad esempio quello, che Marco Biagi evidenziava, della forte differenza di tutela fra lavoratori subordinati e lavoratori autonomi, fra lavoratori subordinati a tempo indeterminato e lavoratori cosiddetti precari, che sono soprattutto i giovani».
Il precariato rimane il grande nodo.
«La soluzione che caldeggiava Biagi era un diritto del lavoro capace dicreare uno zoccolo duro di garanzie valide sia per il lavoro subordinato che per quello autonomo e una maggiore flessibilità contrattuale, anche se coniugata con tutele sul mercato per i lavoratori in termini di ammortizzatori sociali, formazione...»
Pensa che con l’attuale esecutivo sia realizzabile una riforma del mercato del lavoro?
«C’è una maggior possibilità, ma è anche vero un intervento di questo tipo è sempre difficile».
Quale lo stato dell’eredità di Biagi?
«Sempre attuale. Le sue idee sono riprese, seppur con altre formulazioni, da economisti come Ichino e da giuslavoristi. Il problema sta nell’accettazione di queste idee da parte del corpo sociale».
Il maggior pericolo all’orizzonte?
«Non far lavorare un’intera categoria: i giovani».