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CHIESTO LO STATO DI CALAMITA' NATURALE

Siccità, danni per 9 milioni di euro

E' la peggiore annata degli ultimi 40 anni per le campagne riminesi. All’appello mancano migliaia di quintali di beni, dal frumento all'insalata. Confagricoltura: "E’ la prima volta che avanziamo la richiesta per la mancanza d’acqua"

Siccità Rimini, 6 ottobre 2007  - LA PEGGIORE annata di sempre per le campagne riminesi negli ultimi quarant’anni. Con un mancato guadagno, per le imprese e le aziende agricole, che sfiora i 10 milioni di euro. E che, soltanto per l’uva (che rappresentata la coltivazione più importante, insieme all’ulivo) supera abbondantemente i 3 milioni di euro di danni. Sono gli effetti devastanti della siccità sull’agricoltura riminese, che torna a chiedere "lo stato di calamità naturale per la nostra provincia". "E’ la prima volta che avanziamo la richiesta per la mancanza d’acqua — spiega Enrico Santini, il presidente di Confagricoltura — e questo la dice lunga sulla gravità della situazione. I dati sui raccolti dimostrano come la nostra sia, senza dubbio, la provincia più colpita dalla scarsità di piogge. Per l’agricoltura riminese il 2007 è l’anno nero, come il 1989 (l’estate delle mucillagini) è stato l’anno orribile del turismo".

 

RACCOLTI MANCATI
All’appello mancano migliaia di quintali, dal frumento alle colture da seme (come le carote, i cavoli o l’insalata), dall’erba medica al girasole fino all’uva. Impietosi i dati sulla diminuzione dei raccolti, snocciolati ieri mattina da Santini e Giovanni Filanti, il direttore di Confagricoltura. La produzione di frumento tenero è calata del 25% (passando a 268mila quintali di raccolto) con un danno economico che sfiora i 2 milioni di euro: 1 milione e 973mila euro, per la precisione. Pure i raccolti del frumento duro e dell’orzo sono calati, nel 2007, del 25%, mentre per girasole e sorgo la produzione è diminuita del 40%, con un danno complessivo stimato intorno ai 677mila euro. Calano del 40% le colture da seme, e qui il danno ammonta a 1,2 milioni di euro, così come le olive, per un mancato guadagno di 1 milione di euro. Ma è il settore vinicolo quello più colpito.


CALICE AMARO
"Nonostante la grande qualità delle uve — premette Santini — che ha visto il Merlot e il Sangiovese sfiorare i 16 e i 14 gradi, la produzione è diminuita del 25% in pianura e del 40% in collina, con imprese che hanno fatto registrare cali fino al 50%. Mancano all’appello oltre 100mila quintali, che è pari a un terzo della produzione media riminese di uva. Senza dimenticare il calo della resa». Perché a causa degli acini più piccoli (per le mancate piogge) "quest’anno dal mosto si ricava l’8% o anche il 10% in meno di vino". Il mancato guadagno è di 296mila euro per le uve coltivate in pianura, e di 2,7 milioni per quelle di collina. E nelle due cantine sociali riminesi, ‘Terre riminesi’ e ‘Rocche Malatestiane’, la vendemmia ha portato in botte rispettivamente 102mila e 65mila quintali di uva, ovvero oltre il 30% in meno rispetto al passato. "A queste difficoltà — rincara la Santini — si aggiunge il basso prezzo delle uve pagato alle imprese dalle cantine sociali. Oggi un quintale è pagato dai 32 ai 36 euro, 20 anni fa il prezzo era di 120mila lire al quintale: quasi il doppio!".

 

PER QUESTE ragioni, secondo Santini e Filanti, "Rimini ha più che diritto di chiedere e ottenere per l’agricoltura lo stato di calamità naturale". Che prevede per le imprese, ricorda Filanti, "mutui a tasso agevolato, sgravi fiscali e pagamenti rateizzati". In questo senso "uno sforzo — sottolinea Santini — dovrebbero cercare di farlo anche le banche". E le cantine sociali: "Solo se si uniscono, valorizzando i nostri prodotti a partire dal Sangiovese, le nostre imprese potranno resta competitive sul mercato".

 

EMERGENZA ACQUA
Ma per Andrea Cicchetti, direttore del Consorzio di bonifica, serve un forte impegno anche per fare fronte all’emergenza idrica ancora in corso, e ai cambiamenti climatici degli ultimi anni. "Oltre al fenomeno siccitoso, stiamo assistendo a piogge sempre più brevi e concentrate, che non aiutano il territorio e soprattutto non riescono a ricaricare le nostre falde. E allora meglio realizzare nuovi invasi in collina, che raccolgono l’acqua piovana, e a sfruttare quelli esistenti". E’ il problema, annoso, dell’uso delle ex cave del Marecchia. "Se ne parla da 30 anni — sorride Santini — ma chissa perché ancora non se n’è fatto nulla...".

di Manuel Spadazzi










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