Rimini, 2 febbraio 2008 - Tamara è ancora lì con lui. Lo accompagna durante il giorno, a Oltremare, mentre dà disposizioni agli altri addestratori. Mentre scende in vasca con i delfini. Mentre organizza il lavoro nel suo ufficio, tappezzato dalle fotografie di lei. Lo segue alla sera, nella casa a San Savino, che lei e Robert avevano comprato con tanti sacrifici, e in cui si sarebbero dovuti trasferire il 3 febbraio.
In quella casa Robert Gojceta, il fidanzato di Tamara Monti, ha cominciato ad abitare stabilmente solo da aprile. Due mesi dopo l’omicidio di ‘Tamy’ per mano di Alessandro Doto. Due mesi in cui, mentre viveva ospite di amici e colleghi, "come un nomade", ha pensato di lasciare tutto: i delfini e il suo incarico a Oltremare (dove è il responsabile degli addestratori e curatore dei delfini), gli amici e i colleghi di Riccione. Ha pensato anche di lasciare per sempre l’Italia, lui che è arrivato 10 anni fa dal Belgio. Poi ci ha ripensato. Pian piano è riuscito a tornare a una vita quasi normale.
Quasi, perché "Tamara non me la restituirà più nessuno. Il suo vuoto è incolmabile, anche se io sento che lei è con me, sempre. E io ho ripreso a vivere solo per il mio lavoro, e per affrontare il processo contro il suo assassino Alessandro". Fatica ancora oggi a pronunciarne il suo nome. "Fino a quella maledetta sera del 2 febbraio – ricorda Robert – ci avevo parlato sì e no cinque volte, e sempre perché lui si lamentava dei nostri cani. Ma mai avrei immaginato che sarebbe arrivato a tanto". A marzo dovrebbe iniziare il processo.
Lei, Robert, ci sarà?
"Sarò a ogni udienza, non voglio perdere un solo momento del processo. Lo so che sarà dura, ma devo farlo. Per Tamara. Questo processo, insieme al lavoro, è la mia unica ragione di vita".
Si costituirà parte civile?
"Assolutamente (sarà difeso dall’avvocato riminese Maurizio Valloni, ndr), insieme al papà, Luciano, e alla sorella di Tamara, Sabrina. Anche se i legali di Doto avevano cercato di respingere la mia richiesta, adducendo, come motivazione, il fatto che io e Tamara non eravamo nemmeno sposati… Assurdo".
Ha mai sentito i genitori di Doto in questi mesi? Le hanno mai chiesto scusa per il folle gesto del figlio?
"Mai. E credo che abbiano le loro responsabilità in quello che è successo. Perché hanno minimizzato i problemi del figlio, non hanno capito quanto poteva essere pericoloso. Ricordo che soltanto una settimana prima dell’omicidio, la mamma di Doto mi disse che per lei i cani non erano un problema. Una settimana dopo la tragedia, come è emerso anche sui giornali, sembrava che per tutta la famiglia Doto i nostri cani fossero un fastidio non più sopportabile…".
Qualche giorno dopo l’omicidio, la mamma di Doto ha detto che, se solo avesse potuto, avrebbe voluto prendere lei le coltellate inferte da Alessandro a Tamara. Se le chiedesse perdono per suo figlio, lei che direbbe?
"Io non perdonerò mai Alessandro. E non credo nemmeno che sia, come i suoi legali hanno cercato di dimostrare finora, un pazzo. Certo: chi commette un atto estremo come l’omicidio non può non avere disturbi mentali. Ma la sua è stata una follia lucida. Alessandro Doto è un violento, e un fallito. E Tamara è stata la vittima innocente di tutte le sue frustrazioni. Ecco cosa penso di Doto, e spero che la giustizia italiana faccia quello che deve fare…".
Ha poca fiducia nella magistratura?
"Io credo nella giustizia italiana, ci voglio credere. Il processo sarà un modo per mantenere viva la memoria di Tamara. Dobbiamo fare giustizia, perché Alessandro con il suo folle gesto ha rovinato me, la famiglia di Tamara, e i suoi genitori".
Un anno dopo, cosa ricorda di quella tragica sera del 2 febbraio?
"Ero a una cena di lavoro con il veterinario di Oltremare, mi chiamano uno dopo l’altro due colleghi per dirmi che è successo qualcosa a Tamara, che devo andare subito a casa. Quando arrivo in via Po, vedo tutta quella gente davanti alla palazzina, le bandelle messe dai carabinieri. Mi metto a correre, come un pazzo. Mi fermano due carabinieri, chiedo a loro dov’è Tamara, neanche m’accorgo che a miei piedi c’è il coltello, ancora insanguinato. All’inizio mi dicono che è ferita e l’hanno portata in Pronto soccorso. Intanto vedo il padre di Alessandro e gli chiedo: dov’è Tamara? Neanche lui sapeva cosa era accaduto: era appena tornato a casa. Poi mi viene incontro Leandro (Stanzani, il presidente di Oltremare, ndr) e mi dice: Robert, devi farti forza. Li ho capito…".
Chi le è stato più vicino, in tutti questi mesi?
"I colleghi di Oltremare sono straordinari, a volte sono io che mi isolo da loro perché non voglio pesare sul lavoro. Per il resto, né io né la famiglia di Tamara abbiamo avuto il sostegno delle istituzioni. A parte i primi giorni, non abbiamo sentito più nessuno. E nessuno ci ha dato una mano".
di Manuel Spadazzi
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