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Rimini

L'INCHIESTA

Niente caschi e cinture di protezione
Sicurezza a rischio in cantiere

Viaggio tra palazzi in costruzione: nessuno rispetta le norme antinfortunistica. In mezza Rimini i ponteggi sembrano più circhi con funamboli sull’asse d’equilibrio che a impalcature dove cammina la vita d’un uomo

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Un cantiere edile Rimini, 16 febbraio 2008 - Il lavoro non è una specie protetta. Mai. Perché il cantiere è nudo. Di caschi e cinture. E allora ecco che, in mezza Rimini, i ponteggi somigliano più a circhi con funamboli sull’asse d’equilibrio che a impalcature dove cammina la vita d’un uomo. Non è un mistero.

 

Basta appropinquarsi davanti alle gabbie che racchiudono la città che verrà e il teleobiettivo scova quello che si vorrebbe non si dicesse mai. E allora cola il sangue, fioccano le morti bianche, ma guardando pochi metri sopra si scopre che non si fa granché per prevenire. Per assicurarsi. E proteggersi: non c’è l’ombra d’una precauzione. Ed è il minimo comun denominatore d’una matematica impietosa, che conta solo le vittime, i feriti e gli infortuni. Quelli che fioccano al di là dei cancelli dei posti di lavoro.

Ma quello che più lascia a bocca aperta è il cartello che introduce ai cantieri. Quello che, come di regola, illustra le norme antinfortunistica in vigore e viene quindi spiattellato all’entrata. Come dire: chi entra qui, deve osservare certi dettami. Succede, invece, che quell’avvertimento resta solo un monito lanciato al vento. Perché, oltre i cancelli, si fa come insegna la consuetudine: lavorando senza quelli che, forse, sono considerati inutili lacci.


In una zona spalmata in mezza città il panorama è sconfortante. E assolutamente uniforme. Alle porte dei cantieri si ammonisce, s’avverte, s’indicano le regole, ma se si guarda all’insù, si vedono sgattaiolare carpentieri da un ponteggio all’altro. E senza usare la scala (che pure c’è), il casco o la cintura di sicurezza. Quel materiale resta inutilizzato anche nei punti (forse) più a rischio. Sotto le ciclopiche gru in acciaio, ad esempio. Dove non si esita a lavorare attrezzati di telecomando, ma sprovvisti di corazze.


In uno di questi casi, poco lontano dal cuore della città, a pochi metri dal muratore senza casco ma alle prese con il gancio metallico della gru, c’è un cartello bianco e blu che avverte: "E’ obbligatorio usare i mezzi di protezione personale in dotazione a ciascuno". Ma sulla vita di chi lavora, pendono non solo ganci di gru, ma anche betoniere e macchinari vari. Ci lavorano accanto, senza uno straccio di precauzione nelle parti del corpo più a rischio.

Anche solo da lontano, s’osserva che ad arrampicarsi sulle impalcature sono giovani. Ragazzi che lavorano o sistemano i ponteggi. In molti casi indossano le calzature di sicurezza, ma mai il resto. Carichi sospesi, ganci metallici e affilati incombono sulle teste scoperte. C’è chi guarda, ma non nota. Perché le norme sono scritte, ma restano lettera morta. La sicurezza resta nuda. Come la vita di chi lavora.

Giorgio Guidelli

 

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