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Il massacro 'spezza' una famiglia normale

Alcuni colpi d'ama da fuoco dalla villettina bianca, pitturata di recente, e poi le grida d'aiuto di Valentina, la figlia dei due albergatori dell'hotel Ritter. I frammenti di una tragedia, si ricompongono in strada tra la gente, assieme agli squarci di vita comune di quella che era una famiglia come le altre

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Vicini e curiosi innanzi al Ritter (foto Bove) Cattolica, 18 novembre 2008 - C’e’ un bimbo che mangia. Sul piatto, polpettine al sugo. I suoi occhioni spalancati guardano papà. Poche ore prima fissavano fuori: un massacro in famiglia. Urla e sangue. In faccia all’intonaco bianco panna della casetta a due piani di via Cremona, c’è una palazzina color arancio. E’ lì che abita una famigliola: due figli, mamma e babbo. Lui conosce i Guidi: Valentina, Antonio e Loretta. Mentre imbocca il figliolo, con dietro sua moglie, racconta: "Stavo preparando il bambino. Lo portavo all’asilo. Poi ho sentito gridare. Urlavano: “Aiuto, aiuto”".

 

Indica fuori. Riattacca: "Sarà stato poco dopo le otto, comunque prima delle nove. Ho sentito Valentina che urlava. Diceva: “Aiutatemi, chiamatemi un’ambulanza, i carabinieri, che ha sparato al petto a mia madre". Un fremito. Un brivido. In gola: "Ho chiamato il 113. Con me c’era il bambino. Di sotto Valentina gridava. Gridava per sua madre. Diceva che le avevano sparato. Al petto. Al 113 mi hanno detto che stavano arrivando". Dal balconcino della casetta, si vede. Si vede benissimo la casetta bianca. Continua il papà: "Valentina diceva: “Mia madre non mi risponde più”. Lei ha detto: “In casa c’è mio babbo. Forse si è sparato anche lui”".

 

Poi sono arrivati tutti. Tutti. Carabinieri e ambulanze. "Lei urlava — racconta il vicino dei Guidi — era in stato confusionale. Di choc". Qualcuno, in quel budello di via, ha parlato di Loretta e della capatina che, tempo fa, avrebbe fatto dai carabinieri. Dicevano che sarebbe stata decisa a separarsi. E che avrebbero dormito divisi: lei nell’alberghetto dalle pareti color smeraldo, lui in casa. Valentina, dopo le fucilate, avrebbe telefonato alla zia: "Chiama i carabinieri che si sono sparati".

 

 Il mattino di via Cremona è scandito da sciami di gente. Che va e viene. Parla e commenta: "Li conoscevamo di vista, sembravano persone normali. Stavano bene. Gestivano un albergo". Un signore entra nei dettagli: "Io non ho sentito niente. Poi mia figlia mi dice: “Si è sentito sparare, in via Cremona ci sono i carabinieri". In parecchi raccontano che "lei tirava avanti l’albergo, lui non era un gran lavoratore, ma si divertiva. Spendeva e spandeva, tantissimo. Ha una moto Bmw, due ultraleggeri, un quad, mini jeep a quattro ruote e modellini di aerei".

 

Quelli che luccicano oltre le vetrine dell’hotel, a pochi metri dalla hall. Qualcuno ha sentito. Ha sentito quei botti. Della mattinata di fuoco: "Mia moglie — racconta un vicino — ha sentito dei colpi. Poi ha udito una voce femminile. Diceva: 'Oddio, hanno sparato, chiamate i carabinieri' ". Antonio lo descrivono come un tipo "eccentrico. Almeno dal modo di presentarsi. Guida gli ultraleggeri, poi ha la passione per auto e moto. Però era tranquillo. Anche se, diciamo così, non si faceva mancare niente. Era molto appariscente. L’albergo lo mandava avanti lei. Lui faceva le pubbliche relazioni. E il caffè".

 

Qualcuno ricorda i bar che bazzicava. Poco lontani dall’hotel. In un tabacchi, racconta il gestore: "Li conoscevo. Venivano qui, a fare le ricariche. Era gente normale". Poi il massacro. In una casetta troppo bianca e deliziosa per poter pensare che capitasse. Proprio lì. Dove, al piano terra, c’è una scaletta a chiocciola. E ora ci sono le tutebianche dei carabinieri. Anche quella scena si specchia negli occhioni di quel bimbo.

Giorgio Guidelli










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