Rimini, 18 marzo 2017 - Ha parlato con i suoi familiari. E ha fatto loro coraggio, «perché io e la mia famiglia – ha detto loro Bebe Vio – sappiamo bene cosa si passa in questi momenti così drammatici». La campionessa paraolimpica di scherma, ci è passata dodici anni fa da quel dramma: una meningite fulminante, che le è costata l’amputazione di braccia e gambe. Proprio la stessa forma di meningite che il 16 febbraio scorso il 15enne riminese studente del ‘Molari’ di Santarcangelo, affetto da infezione da meningococco di tipo Y. Il ragazzo non è ancora fuori pericolo, presenta alcune ustioni sul corpo e problemi a mani e piedi. Da settimane è ricoverato all’ospedale di Parma, seguito dal luminare Edoardo Caleffi, primario del reparto di chirurgia plastica e grandi ustioni. Beatrice Vio e la sua famiglia, contattati qualche settimana fa dai parenti del ragazzino riminese, hanno iniziato a seguire da vicino il suo caso.

«E’ una situazione difficile, ma il ragazzo è forte e sta reagendo alla grande. Altri, al suo posto, non ce l’hanno fatta. La mortalità è altissima. Alla meningite fulminante spesso non si sopravvive», sottolinea Ruggero Vio, il papà della campionessa paraolimpica, diventata un simbolo di coraggio e della voglia di vivere. Ruggero sa, perché l’ha visto quando è capitato a sua figlia, «quanto è difficile affrontare queste situazioni. Per un genitore avere un figlio in quelle condizioni è contro natura». Per questo, appena sono stati contattati dalla famiglia del ragazzo riminese, si sono subito interessati al caso. «Abbiamo parlato dei centri migliori dove poterlo curare, abbiamo consigliato loro di andare a Parma. Anche noi ci siamo rivolti lì per aiutare Bebe con alcune cicatrici causate dalla meningite, che le compromettevano la funzionalità di nervi e muscoli del viso».

L’incontro tra i familiari del ragazzo e quelli di Bebe Vio è avvenuto alcuni giorni fa. E nell’occasione Bebe ha fatto avere loro il suo messaggio: «Non smettete mai di crederci, e restate uniti. Solo giocando di squadra si arriva in fondo e si può vincere. Vedrete che vostro figlio vincerà». Parole rimaste scolpite nella mente dei genitori e degli altri parenti del ragazzo, a cui Bebe e i suoi familiari hanno fatto forza. «Li abbiamo incoraggiati, per far capire loro che non devono sentirsi soli – conclude il padre di Bebe – Hanno un figlio forte, che come Bebe ha una vita davanti a sé da vivere».