Rimini, 11 luglio 2017 - Di «artigianale», c’era solo la scritta sulla bottiglia. La birra, invece, era al cento per cento industriale. Almeno secondo gli ispettori del Corpo forestale dello Stato che, a luglio del 2015, avevano eseguito un maxi sequestro di oltre un milione di etichette di ‘Amarcord’, la birra riminese che viene prodotta in uno stabilimento di Apecchio, in provincia di Pesaro. Ma solo di quelle. Perché, come specificato subito dagli inquirenti, all’interno della bottiglia, il prodotto era assolutamente «genuino e non pericoloso». La dicitura esterna era invece idonea a creare pubblicità ingannevole e concorrenza sleale. Ma soprattutto, frode in commercio. A distanza di due anni, l’operazione denominata «A tutta birra», è arrivata al capolinea. Il pm Giovanni Narbone ha chiuso l’inchiesta qualche settimana fa. Nel registro degli indagati c’è il nome del patròn di Amarcord, l’imprenditore Roberto Bagli. L’indagine, e relativo sequestro a sei zeri, ha avuto al tempo un’eco nazionale. Aveva messo in fermento i tantissimi imprenditori di un settore in piena crescita. La produzione di birra artigianale è infatti il business del momento. Basta guardare i cartellini al collo delle bottiglie. Per non dire di certe birre che costano nettamente più del vino.

Il caso aveva suscitato l’intervento della parlamentare pesarese Lara Ricciatti, firmataria di un’interrogazione che sollecitava una legge ad hoc. Legge varata giusto un anno fa, il 28 luglio 2016. Quando la Forestale è entrata in azione, nel 2015, c’era solo una norma del ’62 che regolamentava la produzione artigianale. Ma in modo molto ampio. Troppo. La dicitura «artigianale» non era prevista. Le uniche indicate e ammesse erano quelle di birra analcolica, leggera, speciale, doppio malto. E nel vuoto normativo, c’è chi ha riempito l’etichetta aggiungendo così la scritta «artigianale». Anche quando artigianale non era. Agli investigatori della Forestale erano subito saltate agli occhi quelle bottiglie targate Amarcord commercializzate sugli scaffali della grande distribuzione («che non è in alcun modo coinvolta nella frode» come avevano precisato). A luglio 2015, gli uomini del Nipaf, guidati dall’allora commissario capo Marco Santilli mettono i sigilli sulle presunte etichette ingannevoli. Secondo l’accusa, patròn Bagli non poteva fregiarsi di quella denominazione primo perché la sua azienda è una spa e dunque non un’impresa artigiana, poi perché produce in serie, in modo industriale, e in grandi quantità. Nel frattempo, Bagli si era subito attivato mandando in stampa e sulle bottiglie le nuove etichette senza la scritta incriminata.

A luglio dell’anno dopo, il parlamento partorisce la nuova legge. Nasce ufficialmente la birra artigianale. Che, bionda, rossa, scura, doppio o triplo malto che sia, per poterla definire tale deve presentare alcuni requisiti: non deve essere microfiltrata, né pastorizzata, il birrificio deve essere indipendente e non avere collegamenti con altre imprese, e la produzione annua non deve superare i 200mila ettolitri. Ma per la Procura, Amarcord non sarebbe stato in regola neppure dopo la nuova legge. E per mancanza di un solo requisito. Secondo l’accusa, infatti, la birra è pastorizzata. «Ci sarà da discutere su questo caso – annuncia il difensore di Bagli, l’avvocato Gaetano Forte del foro di Ferrara – di sicuro c’è che la qualità dei prodotti del mio assistito è davvero altissima, ben diversa da quella di tante birre industriali».